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15ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

  • Immagine del redattore: don Luigi
    don Luigi
  • 10 lug
  • Tempo di lettura: 13 min

Dal vangelo secondo Matteo (13,1-23) 

Quel giorno Gesù, uscito dalla casa, sedeva in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. “Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno roccioso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde su terra bella e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti”.

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno”.

 

Quando Gesù inizia la sua vita pubblica ha bene in mente l’obiettivo della sua missione: vuole coinvolgere tutti nella sua proposta di mondo nuovo, il regno di Dio. Per ottenere questo obiettivo comincia a fare dei discorsi, compie molti segni e qual è stato il risultato? Molto deludente. Cosa fare adesso? Credo che noi, forse, ci saremmo rassegnati imprecando contro la durezza di cuore di queste persone. Gesù non si rassegna.! Vuole raggiungere il suo obiettivo e cambia il modo di approcciarsi alle persone, non più con dei ragionamenti. Il ragionamento ha la sua efficacia, ma presenta un limite: con il ragionamento noi buttiamo addosso dall’esterno una verità e possiamo anche vincere una discussione, mettere spalle al muro il nostro interlocutore, ma poi ché cosa accade? Che questa persona, appena si allontana, ritorna ancora alle sue convinzioni, perché la verità non è uscita da lui, gli è stata buttata addosso, un po’ come accadeva con i nostri catechismi del passato contenevano un pacchetto di verità, che erano imposte, che dovevano essere imparate a memoria.

Gesù non vuole indottrinare le persone, vuole portarle a rendersi conto che, la verità che lui propone, corrisponde a ciò che loro sentono dentro, perché noi siamo fatti bene, noi siamo fatti per il Regno di Dio, e allora bisogna fare emergere questo bisogno che ognuno di noi sente di incontrare il regno di Dio. Gesù ricorre non ai ragionamenti che sono freddi, ma alla parabola. Non l’ha inventato lui questo genere letterario, ma nessuno lo ha impiegato in modo magistrale, come lui ha fatto.

Ha parlato tantissimo in parabole. Qual è il vantaggio della parabola sul ragionamento? La parabola ti obbliga a pensare. Tu ascolti una storia, non capisci forse a che cosa sta facendo riferimento colui che te la racconta, però ti intriga, non ti lascia tranquillo, è come colui che ti dà un pacchetto regalo, ben avvolto. Tu, magari non gli dai peso sei interessato ad altro in quel momento, ma quando vai a casa, tu sei curioso vuoi andare a vedere cosa c’è dentro. Cominci a pensarci ti intriga fino a quando arrivi a capire quello che l’interlocutore voleva dire e Gesù vuole che tu arrivi, da dentro, a riconoscere “Gesù ha ragione è proprio così”. Ecco che cosa vuol ottenere Gesù con le parabole. Con i ragionamenti, con i segni, non ha ottenuto il suo obiettivo. Nelle prossime domeniche avremo tutta una serie di parabole, che ci vengono presentate dall’evangelista Matteo, in un capitolo, il 13º del suo Vangelo. Sentiamo come viene introdotta la prima di queste parabole: “Quel giorno Gesù, uscito dalla casa, … L’evangelista Matteo, narra di seguito sette parabole di Gesù e le colloca, come abbiamo appena ascoltato, dentro una cornice narrativa chiaramente artificiale, il significato è teologico e noi, cercheremo di coglierlo. C’è una casa dalla quale, esce Gesù con i suoi discepoli, si dirigono verso il mare e questo termine ha un richiamo teologico perché si tratta di un laghetto, il lago di Tiberiade. Viene chiamato mare, perché il mare richiama a quello dell’Esodo, quello del passaggio dalla terra di schiavitù, verso la terra della libertà, e qui chi lo vorrà essere un esodo da una terra dove la folla si trova, e dovrà entrare dentro una comunità, chi ha aderito alla proposta di mondo nuovo fatta da Gesù non è difficile cogliere il significato simbolico di tutta la scena. Il gruppo che è uscito di casa, sale su una barca. È uno dei simboli della comunità ecclesiale.

Per quale ragione? Il richiamo è all’arca di Noè, quell’arca che portava la nuova famiglia, la nuova umanità, dopo che l’umanità vecchia, quella della violenza, del peccato, era andata distrutta e la comunità nuova, il mondo nuovo che, adesso è simboleggiato proprio da quella barca e che ha Gesù con il primo gruppo di persone, che gli hanno dato la loro adesione. Lungo la riva c’è un altro gruppo e questi due gruppi, proprio per comprendere le parabole, li dobbiamo tenere distinti: sono le folle che sono lì piantate sulla riva pare che non si decidano a fare questo esodo e Gesù, con le sue parabole, vorrà proprio coinvolgerle in questa scelta. Finché rimangono sulla terra, nel simbolismo, non aderiscono ancora al regno di Dio ed è interessante il verbo greco che viene impiegato riguardo a queste folle, dice che stanno fisse in piedi proprio piantate su quella terra.

Sentiamo la prima parabola: Ecco, il seminatore uscì a seminare... Gesù sta presentando sé stesso, è lui il seminatore che è uscito non dalla casa, è uscito dal cielo dal padre ed è venuto nel mondo per portare il seme della Parola che doveva far germogliare il regno di Dio. Gesù ha già cominciato a gettare questo seme e quella sorpresa, che non ha prodotto quasi niente. Pochi gli hanno dato la loro adesione e anche i discepoli un’adesione molto indecisa, però ricordiamo che a Nazareth è stato scacciato, a Cafarnao lo hanno preso per pazzo, i farisei lo vogliono uccidere e molti dei discepoli lo hanno abbandonato. I suoi stessi familiari non aderiscono alla sua proposta: da che cosa dipende questo fallimento? È proprio a questo interrogativo che la parabola vuole rispondere. Dipende dal seminatore che ha sbagliato approccio? oppure dipende dal seme, che non è buono? sperava che producesse qualcosa, ma se non produce, vuol dire che il seme è scarso. Sono questi i motivi per cui a Cafarnao tutto continua come prima, come se Gesù non fosse giunto. Vediamo i nostri giorni, perché la parabola è stata raccontata per noi oggi, perché ci troviamo nella stessa situazione, veniamo ai nostri giorni perché la parabola è stata raccontata a noi stessi. Nel momento in cui Gesù ha raccontato questa parabola a Cafarnao le cose proprio andavano male come vanno da noi, oggi. La nostra predicazione è sempre meno ascoltata, la gente si interessa ad altro, esattamente come a Cafarnao la gente andava dietro Gesù perché, sperava di avere qualche vantaggio, qualche privilegio, che gli andassero bene le cose nella vita.

Cosa ha prodotto il Vangelo in noi? Noi che ci accostiamo continuamente alla parola del Vangelo, quando andiamo a confessarci sono sempre gli stessi peccati e allora, ci chiediamo, serve a qualcosa questo seme del Vangelo? Se in me, per esempio, produce poco o niente: in famiglia andiamo sempre in chiesa, eppure continuiamo a bisticciare! Ascoltiamo tutti lo stesso Vangelo? Poi ce la prendiamo per cose da nulla, anche con i vicini tante volte litighiamo e anche loro vanno in chiesa poi magari ci fanno dei dispetti. Cosa sta producendo il Vangelo? Se poi guardiamo al mondo… sono 2000 anni che lo annunciamo questo Vangelo, eppure continuano guerre, ingiustizie, violenze, miserie. Dov’è il mondo nuovo che doveva nascere? Ecco è un seme efficace oppure è una delle tante ideologie fallimentari? Volevano cambiare il mondo, ma non hanno ottenuto alcun risultato. Come può la parola di Gesù essere il seme che fa germogliare un mondo nuovo, se i risultati sono così deludenti?

Gesù ha raccontato la parabola e il messaggio centrale è proprio, questo ci vuol dire: stai attento che quello che tu stai dicendo sulla realtà della Chiesa, del mondo, la realtà personale è vero, ma non dipende né dal predicatore né dalla bontà del seme. Il seme è eccellente, il predicatore venuto dal cielo ha svolto bene la sua missione. Allora da che cosa dipende? Dal terreno, da dove questo seme va a cadere. È sul terreno, quindi, che dobbiamo concentrare la nostra attenzione. Il seminatore, esce per seminare, è Gesù che getta il seme. Una parte cade… non è che getta il seme sui sassi. Lui getta il seme e questo seme cade su questi terreni. È dal terreno che trova, non dipende dal seminatore, è il terreno che la parabola ci inviterà a lavorare. È sul terreno che noi dobbiamo lavorare se vogliamo che il seme, che è eccellente, porti frutto. Come lavorare i quattro tipi di terreno lo vedremo nella seconda parte del brano di oggi.

Ascoltiamo la domanda che i discepoli, che sono sulla barca, pongono a Gesù. I dieci gli si avvicinarono e allora i discepoli gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. … I discepoli si avvicinano Gesù e gli chiedono “come mai parli in parabole?” Notate, i discepoli sono già sulla barca, quindi sono già vicini a Gesù. Come mai l’evangelista dice: “si sono avvicinati” a Gesù? Il motivo teologico è chiaro, anche se hanno già dato la loro adesione a Cristo, sono sempre lontani da lui, hanno sempre bisogno di ascoltare la sua Parola per avvicinarsi sempre di più, non sono come l’altro gruppo che non si è ancora mosso è sulla spiaggia e rappresenta coloro che hanno ascoltato le parabole, ma non hanno ancora fatto la loro scelta.

La risposta di Gesù: “perché a voi è stato dato di conoscere i misteri del Regno dei Cieli”. Conoscere vuol dire: dare l’adesione. A loro non è stato dato –e questo è un passivo divino – vuol dire che Dio, a voi lo ha dato a loro non lo ha dato. Che cosa significa? È un linguaggio semitico che significa questo: Dio permette che accada perché quelle sono le scelte degli uomini. Celebre è ciò che si dice di Dio nel libro dell’Esodo: “si indurì il cuore del faraone”, non è che lui lo ha indurito: si è verificato che il cuore del faraone si induriva sempre di più.

E Gesù continua dicendo “loro”. Per le folle che sono sulla spiaggia, queste rimangono parabole, non comprendono, sentono con le orecchie, ma non arriva al loro cuore questa parabola e non fanno la scelta di aderire al mondo nuovo. Non vanno insieme con il messaggio della parabola. Questo messaggio li porterebbe ad avvicinarsi alla comunità dei discepoli, a unirsi a loro, a voi. Rimangono ancora fermi: come mai questo accade? Qui cita il profeta Isaia. Dice Gesù: c’è forse da meravigliarsi di questa difficoltà delle persone ad accogliere il seme della Parola di Dio? E Gesù dice: non c’è da meravigliarsi, anche i profeti dell’Antico Testamento non venivano ascoltati, la loro predicazione andava incontro a dei cuori duri “dura cervice”, non piegavano la testa per dare il loro assenso a quella parola e cita Isaia. Al tempo di Isaia dice Gesù:” la gente si turava le orecchie per non ascoltare la Parola di Dio e induriva il cuore per non convertirsi, non erano sordi e ciechi, ci vedevano, ci sentivano molto bene, ma non volevano accogliere il messaggio. Si proteggevano da questa parola perché non volevano cambiare vita. Non ci dobbiamo meravigliare che questa parola incontri dei cuori che sono duri, sclerotizzati. È sempre quel terreno di cui si parlerà adesso, nell’ultima parte della parabola, perché è proprio su quel terreno che noi ci dovremo concentrare, perché è lì che noi dovremo lavorare.

Ascoltiamo quest’ultima parte del brano evangelico di oggi: “Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. … Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata, e fatta germogliare, così, dice il profeta Isaia, della parola di Dio, “quando scende dal cielo, feconda la terra e fa germogliare un’umanità” il seme, quindi, del Vangelo venuto da Dio, è eccellente. Il seminatore è bravissimo perché è Cristo, allora come mai il Vangelo fa tanta fatica a penetrare nel cuore delle persone, e a dare frutto? Dipende dal terreno… è sul terreno che noi siamo chiamati a riflettere, perché è quel terreno che noi dovremo lavorare, se vogliamo che il seme del Vangelo dia frutto in noi, quindi abbiamo una responsabilità, perché Gesù, nella sua parabola, ci presenta quattro tipi di terreni, che sono presenti in ognuno di noi e vanno lavorati, non una volta per tutte, ma continuamente perché altrimenti, se si lascia un terreno incolto per una stagione, poi bisogna lavorare il doppio, se vogliamo che produca bene. Questi quattro terreni che ci vengono presentati da Gesù nella parabola, ci offrono oggi, un motivo di riflessione, su come prepararli.

Il primo terreno: “parte del seme cadde lungo la strada e venuti gli uccelli lo divorano”. Cos’è questa strada? Cosa sono questi uccelli? Nella metafora di Gesù la strada è dove passano tutti. In questi campi incolti si formavano dei sentieri, perché la gente li attraversava. Era terra battuta. Dove passano tutti lì non penetra il seme. Che cosa sono questi sentieri? Sono le strade percorse da tutti… pensano tutti così. Cioè se noi parliamo con le persone, assimiliamo il modo di ragionare di tutti, il modo di pensare di tutti, il modo di valorizzare come fanno tutti. È giusto, è sbagliato, seguiamo quello che dicono tutti. Lì il Vangelo non penetra. È indurito quel terreno. “Arrivano” … nella Bibbia si parla molto di uccelli ma a noi interessano quelli rapaci, per il loro simbolismo. Nel libro della Genesi 15 gli uccelli rapaci rappresentano i popoli pagani che vogliono distogliere Israele dall’alleanza con il Signore. Cosa rappresentano qui questi uccelli rapaci? Rappresentano le strade, quel terreno calpestato da tutti andrà dissodato altrimenti il Vangelo non penetra anche se lo ascoltiamo. Gli uccelli che poi beccano il seme li conosciamo bene: la secolarizzazione, le mille distrazioni, il permissivismo, le stupidaggini che circolano sugli smartphone, le mode che ci fanno perdere la testa. Si finisce per pensare come pensano tutti. Ci chiediamo adesso come fare a dissodare queste strade, come preparare il terreno?

Alcuni suggerimenti: noi alla domenica, ci uniamo alla comunità per ascoltare la parola di Dio e condividere il pane eucaristico. Come andiamo preparati? In settimana leggere quelle letture in modo da essere disposti ad accogliere questa parola di vita che noi ascoltiamo poi nel giorno del Signore. Questo significa dissodare il terreno, che inevitabilmente si indurisce, perché lungo la settimana sentiamo tanti ragionamenti, tanti discorsi pagani, tanta logica di questo mondo.

Secondo terreno: il terreno roccioso dove non c’è molta terra. In Israele la terra è molto rocciosa, tanto che i rabbini dicevano che quando Dio ha creato il mondo aveva quattro secchi di sassi, tre li ha adoperati per fare la terra di Israele. C’è un piccolo strato di terra su queste rocce, e il seme che cade lì germoglia subito, ma non ha terra per attecchire. Cosa significa questa metafora? È l’immagine degli entusiasmi forti ma effimeri per Cristo. Pensiamo alle folle, che richiamano l’interesse dei mass-media nazionali: sono esperienze molto molto superficiali, che lasciano poi il tempo che trovano. C’è un entusiasmo iniziale, ma poi tutto svanisce, sono esperienze emotive. Pensiamo a certi incontri di giovani, quando si presentano con le loro bandiere, con tanto entusiasmo. Sono esperienze che non vanno buttate, ma devono poi fare i conti con la fatica quotidiana della fede, hanno bisogno poi di essere accompagnate dalla interiorizzazione della parola di Dio. Il suggerimento: mantenere il contatto con la comunità, un contatto costante con i fratelli di fede perché abbiamo bisogno dei richiami, dei consigli e anche dell’esempio di questi fratelli. Abbiamo bisogno del loro amore, del loro incoraggiamento, del loro sostegno altrimenti quel seme non penetra, non trova più la terra. Da soli rimaniamo subito senza terreno.

Il terzo terreno: le spine che soffocano il seme della parola. Queste spine rappresentano nella metafora le opposizioni che la parola di Dio incontra nella vita di ogni giorno. Quali sono? Sono le preoccupazioni. Ci preoccupa la salute? Bene, se uno è concentrato su questa preoccupazione, non pensa ad altro… qualunque dolorino lo preoccupa, il seme del Vangelo non produce niente, è soffocato da queste spine. Poi c’è l’attivismo frenetico dell’uomo moderno, che non riesce a pensare ad altro che alle cose materiali, poi l’attaccamento ai beni di questo mondo la carriera, il successo… Ecco, questo è un terreno dove ci sono queste spine che, anche se le togliamo una alla volta, poi ricrescono: bisogna fare molta attenzione, perché coprono, non permettono al seme di ricevere la luce della parola.

Ci chiediamo, come liberare il terreno da queste spine che soffocano la Parola? Il suggerimento: una cosa essenziale è la preghiera e quando diciamo preghiera non è la ripetizione di formule. Preghiera significa valutare tutta la nostra vita, tutto quello che ci accade, le scelte che dobbiamo fare, in sintonia con Dio. Vuol dire mantenere sempre lo smartphone acceso sul numero del Padre celeste, perché tutto deve essere deciso in sintonia con Lui quindi gli si presentano tutti i problemi, tutte le scelte che dobbiamo fare. Ascoltiamo cosa lui ci dice, e non ditemi che Lui non ci parla perché se non vi parla vuol dire che non sapete come la pensa, quindi non lo conoscete, ma chi lo conosce, sa come la pensa e quindi di fronte a ogni situazione Lui ci dà il suo suggerimento. Questa è la preghiera e bisogna pregare continuamente, dice Gesù, non ripetere formule. Sono anche quelle buone, specialmente quando preghiamo con i fratelli di fede, ma poi c’è la preghiera personale, che deve essere costante nella nostra vita.

Tutti i divorzi, lo sappiamo, cominciano con la mancanza di comunicazione, di dialogo, di interesse reciproco e anche i divorzi tra i discepoli di Cristo cominciano quando si smette di pregare, di dialogare con Lui di mantenere questo continuo contatto con Lui. Allora se non preghiamo rimarremo sempre in balia delle nostre preoccupazioni, dei nostri problemi, delle nostre ansie. Ecco la necessità allora di preparare questo terreno, con la preghiera e allora quando sentiamo la parola di Dio questa penetra nel profondo del nostro cuore e dà frutto.

E finalmente il quarto terreno, la terra bella, non terra buona, come dice la traduzione! Questo buono, molte volte traduce l’aggettivo “Kalos”, ma va lasciato il testo giusto, così com’è: la terra bella e il cuore bello nel quale il Vangelo produce frutti abbondanti, produce una vita bella, e ciò che noi verifichiamo che oggi dove il Vangelo è preso sul serio e attecchisce nella vita, dà origine a persone che tutti dicono: è una bella persona. Ecco il messaggio che oggi ci viene dato da questa parabola, sulla quale abbiamo cercato di riflettere.

Quello che auguro a tutti è che davvero questa settimana noi possiamo accostarci a questa Parola e lasciarla penetrare nel terreno bello che abbiamo preparato.

 

 
 
 

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