21ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
- don Luigi

- 3 giorni fa
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Dal Vangelo secondo Matteo (16, 13 – 20)
Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. “Ma voi, chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio il vivente”. E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E a te io dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Il dialogo fra Gesù e discepoli che ascolteremo nel brano evangelico di oggi, è collocato a Cesarea di Filippo, una città che si trova all’estremo nord Israele, ai piedi del monte Hermon, dove ci sono le sorgenti del fiume Giordano. Come mai Gesù ha condotto là i suoi discepoli e ha voluto fare là quel dialogo? Ricordiamo che Gesù era uscito dalla terra d’Israele, ed era andato nella regione di Tiro e di Sidone e là, in terra pagana, aveva incontrato quella donna cananea che aveva dato una bella lezione sulla fede ai suoi discepoli. Gesù si trova con i suoi discepoli in Israele, ma in realtà quel luogo è una terra di pagani, perché gli ebrei che la abitano venerano gli idoli, costruiscono templi agli idoli e conducono una vita pagana.
Come mai quella città si chiama Cesarea di Filippo? Cesarea perché Filippo, che l’ha fondata, l’ha chiamata con il nome del potente di turno, che era Tiberio, però siccome in Israele c’era già un’altra Cesarea lungo le rive del Mediterraneo, questa è stata chiamata Cesare di Filippo. Filippo era uno dei figli prediletti di Erode e, poco prima di morire, suo padre gli aveva assegnato la parte nord del suo regno, la terra di Bašan, l’attuale Golan. Nella Bibbia questa terra è celebrata per la fertilità del suolo, per i pascoli rigogliosi, per la fecondità di greggi e degli armenti. Poi tutta la regione ha abbondanza di acque e la pianura è irrigata da innumerevoli ruscelli, per cui c’è tutta una vegetazione lussureggiante, un vero paradiso terrestre, ed è in questo luogo che Filippo ha fondato la sua capitale, un luogo stupendo, tanto che Alessandro Magno quando era giunto qui, aveva esclamato: “ma questa è certamente la dimora del dio Pan e delle Ninfe” e difatti è stata chiamata “Panias”, da cui viene il nome attuale di Banyas.
Gli apostoli sono quindi certamente affascinati da questo paesaggio e dalla vita agiata degli abitanti e pensano, certamente e soprattutto, alla vita godereccia che può permettersi Filippo, nei suoi due palazzi da dove si ha una visione panorama incantevole di tutta la valle. C’è anche un ultimo dettaglio marginale, ma che deve essere stato oggetto di qualche commento fra gli apostoli. La moglie di Filippo è la diciassettenne Salomè, la celebre ballerina che aveva chiesto la testa del Battista. È certamente lei che anima le serate e i festini nei triclini dei palazzi di Filippo.
“Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. In questa cornice deliziosa Gesù rivolge ai suoi discepoli la prima domanda: “la gente, chi dice che sia il figlio dell’uomo?” figlio dell’uomo è un’espressione ebraica che significa semplicemente l’uomo, tradotto in linguaggio semplice.
Quindi la domanda che lui fa è questa: che uomo sono io per la gente? Gli apostoli hanno davanti a loro tanti uomini che hanno raggiunto posizioni di prestigio, uomini che tutti ammirano e invidiano, uomini ai quali gli stessi discepoli vogliono assomigliare. Quindi la domanda è: “Io chi sono per la gente, l’umano che io incarno, dice qualcosa di bello alla gente o tutti pensano che sia Erode Filippo l’uomo bello, l’uomo riuscito?”
E i discepoli hanno in mente anche loro questo ideale di uomo e ce l’abbiamo in mente anche noi, perché anche noi desidereremmo essere persone di successo, e possibilmente anche ricchi. I discepoli rispondono ciò che pensa la gente di Gesù e dicono: “alcuni dicono che tu sei Giovanni battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. È già una bella cosa che nessuno ha scorto in Gesù qualche minima somiglianza con i grandi di questo mondo. No, hanno colto delle somiglianze con il Battista e certamente perché Gesù è uno con la schiena dritta, come lo era stato il Battista. Gesù non si piega come le canne sbattute dal vento, poi assomiglia a Geremia perché Gesù ha contestato il tempio, la religione fatta di riti a cui poi non corrisponde l’adesione a Dio con il cuore e poi assomiglia a Elia, colui che ha professato la fede nell’unico Dio e ha rifiutato ogni compromesso con gli idoli.
Qui siamo proprio nella terra dove si adorano idoli, e che cosa danno gli idoli a questa gente? Tutto gente che sta benissimo e i discepoli certamente hanno girato il loro sguardo e devono avere pensato gli idoli sono generosi con i loro adoratori. E pensano soprattutto alla gente ricca, che può permettersi tutti i piaceri e questo lo sperimentiamo anche noi adoriamo idoli, quelli ti danno tante cose. Se tu adori il denaro ti dà tutto, però tu devi obbedire e fare quel che ti dice, e quindi se ti dice di sfruttare, di mentire, o anche di uccidere e tu non lo fai, lui non ti dà niente. In questo contesto vediamo che cosa offrono gli idoli. Che cosa offre Gesù a chi segue le sue proposte? Ecco la domanda alla quale Gesù vuole condurre i suoi discepoli.
Filippo elargisce ricchezza, posizioni di prestigio, di potere, fa partecipi i suoi amici dalle gioie e della sfarzosa vita di corte, che cosa offre Gesù? Ma prima di rispondere a questa domanda Gesù vuole sapere se hanno capito bene chi è lui, e che cosa propone. “Ma voi, chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio il vivente”. E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.
Abbiamo sentito cosa pensa la gente di Gesù, ma a Gesù preme sapere, cosa loro pensano di Lui, allora, rivolge la domanda:” voi chi dite che io sia “, cioè “chi sono io per voi? quanto conto io nella vostra vita? È la domanda che l’innamorato pone all’amata. Vogliamo costruire una vita insieme, sì, ma su quali basi conoscete chi sono? Pensate che stare con me significhi, si mi segui un pochettino, diventate un pochettino più buoni oppure, siete decisi a lasciarvi coinvolgere pienamente nel mio progetto di uomo? In altre parole: “volete essere uomini come Erode Filippo o come me?” Avete capito che proponiamo un’immagine di uomo molto diversa? Di chi siete innamorati?
Questa è la domanda che Gesù pone anche a noi oggi, Noi tante volte riduciamo la nostra adesione a Cristo a qualche pratica devozionale, ma il problema fondamentale della fede è credere e credere vuol dire: aver capito chi è Lui, ed unire la propria vita alla sua. “Ma voi, chi dite che io sia?” Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio il vivente”.
Pietro ha detto la cosa giusta, ma non ha capito ancora chi è Gesù, quale Messia è Gesù. Pietro ha ancora in mente i Messia di questo mondo, quelli che sono grandi; secondo la tradizione del suo popolo il figlio di Davide, colui che conquisterà il mondo. Comunque, almeno ha capito che Gesù è il Messia e Gesù gli dice: “Beato sei tu Simone figlio di Giona, perché non è stata la carne, né il sangue che ti hanno rivelato questa verità, ma il Padre mio che sta nei cieli”. Certe cose, certi innamoramenti per Gesù non arrivano con ragionamenti umani, perché i ragionamenti umani ti portano a innamorarti di chi è ben diverso da Gesù, di chi assomiglia Erode Filippo.
Gesù dice a Pietro: “Complimenti, tu sei uno con il cuore puro, aperto alla rivelazione delle grandezze, che sono quelle di Dio. Non è stata la carne e il sangue a rivelartelo, non sono stati i suggerimenti che ti venivano dai tuoi sogni, dalle tue passioni, dalle tue brame. No, solo da Dio poteva venirti questa rivelazione che ti porta a innamorati di un uomo, come sono io”.
Pietro ha riconosciuto l’identità di Gesù, adesso Gesù dichiara l’identità di Simone, il figlio di Giona. Ascoltiamo: “E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. Gesù cambia, il nome Simone, e lo chiama Pietro e aggiunge su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Su quale pietra è edificata da Gesù la sua chiesa? È Pietro, la roccia solida, è il primato di Pietro la roccia su cui è costruita la Chiesa.
L’equivoco è nato dal fatto che in italiano Pietro e pietra, sembrano il maschile e femminile, di uno stesso nome, nel testo originale greco non è così “pètros” è una cosa “pètra” un’altra cosa “pètros” è il sasso, il mattone, “pètra” la roccia solida, su cui si può costruire un palazzo che non crolla. Pietro non è la roccia. Nell’Antico e nel Nuovo Testamento la roccia è sempre e solo Dio o Cristo.
Chi è Pietro allora? Lui è “pètros”, è un mattone di questa costruzione, ma la roccia è Cristo, “pètra”. Lo troviamo nella lettera gli Efesini, quando l’autore dice ai pagani che si sono convertiti: “voi adesso non siete più stranieri, ospiti, voi siete parte di una costruzione, che è il tempio di Dio, dal quale salgono al cielo i sacrifici a lui graditi, che sono le opere d’amore”.
E questo tempio è costruito sulla pietra angolare a cui si riferisce Pietro nella sua lettera, quando si rivolge, in quella commovente omelia ai neofiti, che sono stati battezzati nella notte di Pasqua, dicendo: “non staccatevi mai da Cristo, perché lui è la pietra viva, gli uomini l’hanno rigettata, ma è preziosa davanti a Dio e voi adesso siete pietre vive di questa costruzione, di questo edificio spirituale e siete uniti alla pietra angolare che è stata posta dal Signore nella Pasqua “ e che è Cristo.
E anche Paolo, nella lettera ai Corinzi, dice: “nessuno può porre un altro fondamento, oltre a quello che c’è già”, cioè Gesù Cristo. Chi è Pietro allora? Lui è “pètros” lui è il primo mattone di questa comunità di chi professerà la sua fede nel Messia di Dio che è Gesù di Nazareth, di chi costruirà la propria vita sulla roccia e nessun terremoto distruggerà questa vita. Ricordiamo anche, come al termine del discorso della montagna Gesù è invitato a riflettere su quale fondamento costruire la propria vita, e dice che la vita può essere costruita sulla sabbia, cioè sui valori di questo mondo che poi si sgretolano – cosa resta di quei palazzi di cartapesta che tutti ammirano? alla fine vengono sgretolati – oppure la si può costruire sulla roccia solida. E l’unica roccia solida è la fede in Lui, nella sua Parola, nel suo Vangelo. Chi costruisce la propria vita su questa roccia può stare certo che nemmeno la morte distruggerà quella vita.
E poi aggiunge che le porte degli inferi non prevarranno contro questa chiesa. Che cosa intende dire con questa immagine delle porte? Le porte delle mura di una città, erano la parte più difficile da difendere, perché dovevano essere chiuse, ma anche aprirsi bene, perciò mettevano in atto tutti gli stratagemmi possibili, per renderle inattaccabili. Gesù dice: gli inferi, cioè il regno dei morti, lo Sheòl, che è il simbolo di tutti i regni di morte che ci sono in questo mondo, hanno le loro porte per proteggersi, in modo da non venire attaccati dalla Chiesa, dal Vangelo di Cristo e queste porte sono robustissime.
Noi verifichiamo nel nostro mondo d’oggi, il regno dei morti, il regno della corruzione, della menzogna, della violenza, dei comportamenti disumani. È un regno che forse anche noi pensiamo che sia inattaccabile, invincibile, perché si auto-protegge in mille modi, impiega tutti gli stratagemmi per non essere sfondato e lo sappiamo, chi attacca questo regno di morte ha sempre la peggio.
Pensiamo se attacchiamo il regno della morte dei fabbricatori di armi. Come si fa a sfondare? È troppo potente, chi cambierà le leggi crudeli del mercato internazionale che affamano? Come farai ad attaccare il regno delle menzogne che sono diffuse dai mass-media e che distruggono i valori morali, distruggono la famiglia, oppure il regno della corruzione politica? Sono troppo forti.
Pensiamo anche noi che nessuno li sfonderà mai ed è vero, se cerchiamo di sfondare queste porte con le loro armi. Noi perdiamo, ma se affrontiamo questo regno del male, fidandoci solo di quella debolezza umana che è la parola del Vangelo, quelle porte – dice Gesù – non resisteranno. Ecco l’invito alla fiducia nella forza del Vangelo annunciato, altrimenti i regni di morte continueranno a trionfare. Abbiamo in mano la forza che Gesù ci ha dato, che è la sua Parola, se noi ci fidiamo della sua promessa, noi annunceremo con coraggio con fiducia il Vangelo.
Adesso ascoltiamo le promesse di Gesù a Pietro: “E a te io dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo”.
Gesù fa due promesse a Pietro e le presenta con due immagini rabbiniche. La prima, quella delle chiavi. Cosa significava consegnare le chiavi ad un maggiordomo? Significava dargli potere di gestire la vita del palazzo e anche di decidere chi aveva accesso e chi invece doveva rimanere fuori. Adesso Pietro riceve le chiavi. Cosa significa? Che è diventato il portinaio del paradiso?
C’è un altro significato, che si rifà alla immagine rabbinica. I rabbini dicevano di possedere le chiavi della Torah, perché loro conoscevano le scritture, erano loro che le interpretavano, e quindi tutti dipendevano dalle loro sentenze. Loro dichiaravano chi era giusto e chi era ingiusto, chi era Santo e chi era peccatore. Gesù li critica severamente, perché dice: “voi vi siete impossessati delle chiavi della sapienza della Torah e non aprite le porte della salvezza a nessuno, e non ci entrate neanche voi da questa porta, che è la sapienza della Parola di Dio”.
Bene, Gesù, adesso consegna le chiavi a Pietro, in ebraico chiave si dice “Mafteach”, che viene dal verbo “Patach” che non significa chiudere, ma spalancare, aprire. Che cosa deve fare Pietro della chiave che Cristo gli ha consegnato? Deve spalancare a tutti l’accesso alla scoperta di Cristo, alla conoscenza del suo Vangelo, soprattutto impiegare la sua persona, facendosi un modello di un Vangelo incarnato. Ecco quello è il modo di aprire a tutti l’accesso alla salvezza. È necessario passare da questa porta aperta da Pietro, e che è la professione di fede nel Messia di Dio, che è Cristo, professione che lui ha fatto.
La seconda immagine, legare e sciogliere, anche questa è un’immagine rabbinica, significa pronunciare giudizi su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, discernere fra ciò che è bene e ciò che è male. È un compito di Pietro, però che abbia prima lui assimilato la sapienza del Vangelo, allora può pronunciare le sentenze giuste su ciò che è bene e ciò che è male. E va notato anche che non è stato affidato soltanto a Pietro questo compito di legare e di sciogliere. Infatti subito dopo Gesù dirà a tutti i suoi discepoli: “quello che legherete sulla terra sarà legato anche nei cieli, ciò che scioglierete sulla terra, sarà sciolto anche nei cieli” che significa: “le sentenze che voi decreterete su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, il vostro discernimento corrisponderà al pensiero di Dio, sempre che voi abbiate assimilato, la sapienza del Vangelo”.
È il problema delle scelte della nostra vita, quello di discernere fra ciò che bene e ciò che è male, e ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ciò che è vita e ciò che è morte e Gesù ha affidato questo compito alla Chiesa. Se è fedele alla fede professata da Pietro, se aderisce alla proposta di Cristo, per tutto il mondo la Chiesa sarà una guida sicura nelle scelte della vita. È un motivo di riflessione per noi, perché è un compito immenso e molto delicato quello che Cristo ci ha affidato.



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