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26ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Immagine del redattore: don Luigi
don Luigi
25 set
Tempo di lettura: 11 min

Dal vangelo secondo Matteo (21, 28 – 32)


In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».

E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».


La parabola che tra poco ascolteremo, è stata raccontata da Gesù dopo una disputa con i sommi sacerdoti e gli anziani; lo avevano visto insegnare nel tempio, probabilmente sotto il portico di Salomone, quel portico che si estendeva nella parte orientale della spianata del tempio, il luogo dove i rabbini e gli scribi erano soliti sedersi per impartire con autorità le loro interpretazioni bibliche e le loro istruzioni.

Allora, queste somme autorità religiose si sono avvicinate a Gesù e gli hanno chiesto: “Con che autorità tu ti metti a insegnare nel tempio? Non hai alcun titolo per farlo!” Gesù risponde con una contro-domanda… “Vi faccio anch’io una domanda: da chi aveva ricevuto autorità per parlare il Battista? L’aveva ricevuta da Dio o dagli uomini?” Non possono rispondere perché se rispondono “dagli uomini” vengono subito contestati dal popolo che riteneva il Battista un uomo di Dio; non possono rispondere “da Dio” perché Gesù aveva pronta un’altra domanda… “se la sua predicazione veniva da Dio, perché non l’avete accolta e non vi siete convertiti?”

Gli interlocutori del tempo di Gesù erano persone pie, erano osservanti dei precetti anche minimi, tutto quello che il Signore aveva stabilito, tutto quello che la tradizione insegnava lo osservavano perfettamente, loro avevano sempre detto “si” a Dio. Chi aveva detto “no”, non erano gli israeliti, erano i popoli pagani, difatti c’è una parabola molto interessante perché, dicevano i rabbini, che prima di offrire la Toràh a Israele, Dio l’aveva proposta agli altri popoli. Si era presentato agli Idumei, figli di Esaù, quelli che vivono a sud della tribù di Giuda e aveva detto loro: “Ecco, volete voi la Toràh?” Loro l’hanno esaminata e lì c’era scritto “non uccidere” … “No, non l’accettiamo, noi siamo gente che fa continuamente guerra”. Allora il Signore l’aveva offerta ai Moabiti, agli Ammoniti, figli di Lot, loro hanno scorsa la Torah e si sono resi conto che “proibiva la fornicazione”; loro avevano una vita piuttosto corrotta e hanno detto: “No, non la vogliamo.”

Il Signore si era rivolto agli Ismaeliti, quei beduini del deserto… hanno visto che c’era scritto “non rubare” e dicono: “Noi siamo dei predoni del deserto, non la vogliamo”. Hanno detto tutti no! Gli Israeliti invece, sono il popolo che ha detto di sì a Dio, al capitolo 5 del Deuteronomio c’è la loro risposta al Signore: “Tutto quello che il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo” Hanno detto di sì, questo è il punto!

La loro condizione non è diversa da quella di tanti cristiani di oggi, perché i farisei del tempo di Gesù sono già morti, ma la parabola è stata conservata nel Vangelo per noi cristiani di oggi, affinché riflettiamo sul nostro modo di rapportarci con il Signore e di ascoltare la sua Parola… perché? Perché c’è il pericolo di rimanere chiusi nella propria condizione di sicurezza, di essere a posto con Dio e ci si arrabbia se c’è qualche invito a rivedere la propria vita, sintonizzarla sulla proposta evangelica che spesso è molto diversa da quello che si è sempre fatto e si è sempre pensato.

È proprio per aiutare queste persone che si trovano in una condizione pericolosa – e parlo ai cristiani – in questo momento, perché è per noi che è stata conservata questa parabola di Gesù. Il Signore vuole aprire il cuore di questi cristiani refrattari a rivedere la loro posizione religiosa e la parabola viene introdotta da una domanda. “Che ve ne pare?” È proprio un invito a ripensare al proprio rapporto con Dio, a rivederlo. Ascoltiamo la parabola: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Risposero: “Il primo”.

La parabola mette in scena altri personaggi, il primo è un padre e quando i rabbini iniziarono una parabola dicendo “C’era un padre”, quello indicava immediatamente il Signore anche perché questo padre, Dio, aveva un figlio, Israel; lo dice il profeta Osea al capitolo 11: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio, il popolo d’Israele” e quando il Signore parla al faraone dice: “Israele è il mio figlio primogenito”.

Qui compare un secondo figlio e questo le autorità religiose non se l’aspettavano perché Dio ha un solo figlio, il popolo di Israele! Devono essersi chiesti: “Forse Gesù comincia a riferirsi a Ismaele il figlio che Abramo ha avuto dalla schiava Agar.” Abbiamo già un messaggio in questo a introduzione della parabola, noi siamo cristiani, forse siamo convinti di essere gli unici figli del Signore, con il battesimo diventiamo figli di Dio, ci chiediamo: “Gli altri uomini non sono figli dello stesso Padre?” Ogni uomo ha impressa indelebile, l’immagine e somiglianza del Padre del cielo, bisogna che richiamiamo sempre questa verità perché ci fa sentire fratelli di tutti.

Lo dice Paolo nella lettera ai Galati: “Non c’è né giudeo, né greco, né uomo, né donna, né schiavo, né libero” Va richiamato anche che non siamo figli per meriti acquisiti, nessuno diventa figlio perché ha dei meriti, il dono della figliolanza naturale è gratuito, ma quella del Padre del cielo è gratuita ed è per tutti gli uomini, quindi tutti sono figli dello stesso Padre… anche quelli scapestrati.

Gli errori che noi commettiamo deturpano l’immagine del Padre in noi, ma non cancellano la nostra identità di figli, rimarremo figli di Dio per sempre! Non lo dobbiamo dimenticare, soprattutto quando siamo portati a giudicare chi è diverso da noi, sia dal punto di vista culturale ma anche dal punto di vista religioso, siamo tutti fratelli, figli dell’unico Padre! Veniamo adesso al comportamento dei due figli, in ognuno dei due c’è un messaggio per noi perché noi rispettiamo tutte due questi figli, a volte ci comportiamo come il primo figlio, a volte come il secondo figlio. Vedremo che è sottinteso anche un terzo figlio di cui Gesù non parla, ma lascia chiaramente intendere che anche noi, qualche volta, siamo come il terzo figlio.

Cominciamo a vedere il primo. Il padre si rivolge al primo… qui è importante il verbo che viene impiegato, non è “si rivolse al primo ma “avvicinatosi al primo”, “proselphon”… si avvicina. Questa è l’immagine di Dio che non comanda dall’alto, non dà ordini di cui non si capisce il senso, bisogna chinare la testa, obbedire altrimenti non ricevi il premio, anzi ti castiga… basta con questa immagine di Dio! L’immagine di Dio che viene fuori da questa parabola è il Padre che ti si avvicina, che ti prende sottobraccio perché ti vuole mostrare che quello che ti suggerisce di fare viene dal suo amore. Infatti lo chiama figlio, ma figlio non lo chiama in greco “pais o yiós “lo chiama “tecnon” che viene dal verbo “tíkto” e significa “dare alla luce, partorire”, quindi in questo figlio c’è l’affetto, la tenerezza, la dolcezza materna addirittura, di questo padre che mette le braccia sulle spalle del figlio per dirgli: “guarda che c’è qualcosa di bello da fare oggi!”

Cosa gli dice? “Va’ oggi a lavorare nella vigna” Tu appartieni a una famiglia e adesso ti indico come rendere bella e significativa la tua giornata in favore di tutta la famiglia, tu ti devi occupare che nella casa ci sia gioia, oggi. Rappresenta chiaramente il suggerimento che Dio ti dà per dare senso alla tua vita, al tuo oggi in questo mondo; tu appartieni a una famiglia e sei chiamato a lavorare in questa vigna. La vigna indica ciò che bisogna produrre affinché in questa famiglia si stia bene; il vino è il simbolo della gioia, ciò che Dio vuole che regni nella sua casa è soltanto la gioia e solo chi produce gioia sta compiendo la volontà del Padre.

La risposta di questo figlio: “Non voglio” Una reazione negativa molto dura! La scelta di fronte alla quale viene messo è: “Vuoi trascorrere la tua giornata cincischiando, tirando a campare o vuoi impegnarti per fare qualcosa di bello e di significativo nella tua vita?” Questa proposta viene fatta a noi che rappresentiamo questo figlio che ha detto di no. Cosa significa questo no? È il segno della ripulsa della nostra natura umana, perché la proposta che ci fa il Padre è impegnativa e la nostra natura umana, segnata da quello che chiamavano una volta il peccato originale, reagisce perché deve fare una scelta di amore che non ci viene dal biologico, viene soltanto dallo Spirito, dalla vita divina che ci è stata donata. Se uno risponde subito sì, vuol dire che non ha capito cosa ti sta chiedendo, perché Gesù, lo dice in altre parti del Vangelo, dice “tu devi dimenticare te stesso” … Pensare soltanto all’amore, a fare del bene agli altri e questo ripugna la nostra natura quindi, se tu dici sì vuol dire che non hai capito cosa ti sta chiedendo. Ricordiamo Pietro, quando non capiva diceva di sì, quando capiva diceva di no. Ci si arriva pian piano a lasciarsi introdurre nella logica che è quella dell’amore, quella di Dio!

Poi però, questo primo figlio, ripensandoci è andato. Come mai si è ricreduto? È un cammino che noi siamo chiamati a fare, perché se capiamo ciò che ci viene chiesto, dobbiamo dire di no, dobbiamo sentire il no, la ripulsa della nostra natura segnata dal peccato! C’è un cammino da fare per arrivare a ricredersi, cambiare posizione… è la riflessione sull’immagine del Padre. Questo figlio comincia a capire, il Padre non è un padrone, è uno che mi prende sottobraccio e mi indica come essere felice, come dare senso alla mia esistenza in questa famiglia alla quale io ho capito che appartengo.

È il cambiamento dell’immagine del Padre che non è più visto come lo suggeriva il serpente… il Padre è uno che non ti vuole felice, ti dà degli ordini senza senso… come tante volte noi capiamo e pensiamo che sia l’imposizione di comandamenti, di precetti, no! Sono parole che il Padre ti rivolge perché tu sia felice e possa rendere felice tutti coloro che stanno accanto a te. Un errore che noi facciamo a volte nella catechesi, è quello di presentare dei comandamenti che uno deve osservare… questa era la posizione dei farisei che dovevano inchinarsi davanti a Dio e obbedire, no!

Nella catechesi bisogna presentare anzitutto chi è che mi rivolge queste parole, perché se è un Padre che mi ama, allora io comprendo che devo superare quella che è la mia pulsione naturale e aderire alla sua proposta di vita. Questo è il primo figlio che ha questo messaggio per noi, perché a volte siamo come il primo figlio, a volte siamo come il secondo figlio.

Il Padre si avvicina a questo secondo figlio e gli dice la stessa cosa, questo figlio risponde “sì Signore” in greco. “Ego kūrye”, “Io Signore” … ma poi non è andato. Questa reazione esageratamente positiva, significa che non ha capito, non ha capito cosa il Padre gli sta chiedendo. Lui dice di sì, farà quello che ha in mente, quello che pensa che il Padre voglia, ma ha capito dove il Padre lo vuole collocare perché possa essere felice? Il modo come lui risponde, non dice “sì Padre”, no! Dice “io Signore”, per lui Dio non è Padre, è un padrone che dà ordini e poi ti paga alla fine della giornata; tu sei uno stipendiato, non senti di appartenere a una famiglia di fratelli e non senti Dio come un Padre che ti ama.

Chi rappresenta? Quelli che si trovavano di fronte a Gesù là nel tempio, i farisei, rappresentava questo gruppo, questa setta che aveva educato spiritualmente tutto il popolo a obbedire alle tradizioni. Hanno detto di sì, non avendo capito ciò che il Signore voleva, ma a quello che avevano in mente loro, infatti l’istituzione farisaica si era inventata tutti i riti, pratiche religiose, esecuzioni impeccabili di purificazione, ma era quello che pensavano loro, non si erano mai chiesti: “È proprio questo che il Signore vuole?”

Lui ha chiesto amore e giustizia, il Salmo 50 dice: “Il Signore: voi offrite olocausti e sacrifici perfetti, non ho nulla da dire, ma chi ve li ha chiesti? Io desidero una cosa sola, che in questa vigna si produca uva, vino, gioia, non voglio altro.” Infatti, il profeta Isaia al capitolo 29 dice: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me; il culto che mi rendono è un imparaticcio di precetti umani”. Ecco la ragione per cui Gesù è molto preoccupato che, anche fra i suoi discepoli, regni questa immagine di figlio che aderisce, ma poi esegue non ciò che Signore vuole, ma ciò che lui si è inventato.

Adesso c’è un invito alla riflessione, al ripensamento, che Gesù rivolge a coloro che ha di fronte, ma è rivolto a noi: “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre? La risposta è “il primo” Quindi, dice Gesù oggi anche a noi cristiani: “Attenzione, ripensate la vostra vita alla luce della mia Parola, perché non è chi dice “Signore, Signore”, cioè ha detto di sì senza aver capito quello che io voglio. Io chiedo che si dimentichi il proprio egoismo e si apra il cuore per donare la vita al fratello”.

Due figli, noi rappresentiamo a volte il primo, a volte il secondo, ma c’è un terzo figlio di cui Gesù non parla ma lo lascia intuire… è Lui, è il figlio che dice di sì e dona la vita. Direi che anche noi siamo questi tre figli, perché a volte diciamo di no perché ci costa andare nella vigna a donare la nostra vita, a volte diciamo sì e poi intendevamo quello che avevamo in mente noi, ma a volte siamo anche come il terzo figlio, doniamo anche noi con gioia la nostra vita, il nostro amore al fratello.

Adesso Gesù si rivolge direttamente ai capi religiosi del suo popolo e applica la parabola. Ascoltiamo: E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.

Cerchiamo di non interpretare male il detto di Gesù perché c’è il pericolo di dire che i pubblicani e le prostitute sono buoni e i cristiani sono cattivi, quelli che vanno in chiesa sono peggiori degli altri… Non è vero! I pubblicani e le prostitute non fanno la volontà di Dio, sono peccatori e non bisogna comportarsi come loro però, almeno loro sanno di sbagliare; non possono tranquillizzare la loro coscienza, glielo fanno notare tutti che sono fuoristrada, sono oggetto di biasimo universale.

Gesù aveva fatto una domanda alle autorità religiose, aveva chiesto da chi veniva l’autorità del Battista… veniva da Dio o dagli uomini? E loro non avevano risposto. Adesso risponde Gesù: “Veniva da Dio l’autorità del Battista” Qualcuno ha accolto la sua predicazione e si è convertito, voi invece non avete cambiato vita, non vi siete lasciati convertire perché vi siete nascosti dietro le vostre sicurezze, quella religione che vi eravate inventati voi e quando, attraverso il Battista, è venuto il richiamo alla conversione della vera volontà di Dio, voi avete detto di no. Prima avevate detto di sì, ma non alla volontà di Dio, a quello che voi pensavate che fosse la volontà di Dio.

Queste persone disprezzate, i peccatori hanno invece accettato la predicazione del Battista e si sono convertiti; sono come primo figlio che sapeva di essere lontano da Dio, non si illudeva di compiere la sua volontà, era cosciente di aver detto di no. Questi peccatori non tentavano nemmeno di ingannare loro stessi adempiendo a dei precetti inventati dagli uomini, non tranquillizzavano la loro coscienza con pratiche che non hanno nulla in comune con la vera religione, erano coscienti di essere poveri, deboli, fragili e questo li ha predisposti ad accogliere per primi la novità che veniva attraverso il Battista e hanno cambiato vita.

Il messaggio per noi oggi come cristiani: Essendo cristiani battezzati, noi abbiamo detto di sì al Signore, è il momento però, di prendere coscienza che forse dietro quel sì non c’è un’adesione cosciente di uno che ha capito che cosa significano gli impegni battesimali; forse ci nascondiamo dietro qualche pratica e il Signore oggi, attraverso questa parabola, ci chiama ad aprire il cuore a ciò che Lui realmente si aspetta da noi.

 
 
 

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