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27ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Immagine del redattore: don Luigi
don Luigi
6 giorni fa
Tempo di lettura: 12 min

Dal Vangelo secondo Matteo (22,33-43)


Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.

Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?”. Gli risposero: “Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo”. E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.


Chi visita Israele può notare spesso nei campi delle torri diroccate e alcune sono molto antiche risalgono addirittura al tempo di Gesù. Erano dei casolari nei quali i contadini, custodivano i loro attrezzi di lavoro e, durante il tempo della vendemmia, questi casolari servivano loro anche per passarvi la notte. Sul tetto c’era anche il punto di osservazione dal quale il vignaiolo teneva controllata la sua vigna. C’erano vigne di dimensioni modeste, quelle di carattere familiare e ogni famiglia al tempo di Gesù, aveva qualche pianta di vite accanto alla casa. Ma c’erano poi dei grandi proprietari terrieri che possedevano dei vigneti estesi. Loro vivevano nelle grandi città dell’impero romano, si godevano la vita e lasciavano a dei fittavoli l’incarico di coltivare questa vigna e consegnare poi il prodotto.

E Gesù prende spunto da questa realtà sociale ed economica del suo tempo, per costruire la sua parabola e inizia mettendo in scena uno di questi proprietari terrieri. Quando una parabola introduce il tema della vigna, tutti capiscono a chi, colui che la racconta, sta facendo riferimento: la vigna è Israele, che, nella Bibbia, è chiamata la vigna del Signore. Ricordiamo il celebre “Canto della vigna”, composto, musicato e cantato da Isaia, che parla di un vignaiolo che ha preparato il terreno, l’ha dissodato, poi lo ha sgomberato dai sassi, ha piantato delle viti pregiate, poi ha costruito una torre, ha scavato anche il tino e poi, naturalmente, si aspettava che producesse uva, vino che dà gioia e invece ha prodotto dei grappoli di acini immangiabili. È la triste storia dell’amore di Dio non corrisposto da questo popolo, Dio non è corrisposto da questo popolo. E Gesù conosce bene questo canto della vigna perché nella sua allegoria infatti Lui richiama proprio tutte queste premure del Signore per il suo popolo.

Nell’analisi di questa parabola noi procederemo su due livelli. Il primo è quello più immediato: il significato che Gesù voleva dare alla sua parabola, che è rivolta alle massime autorità religiose del suo tempo. Lui si trova nel tempio – siamo alla fine del Vangelo secondo Matteo e anche alla conclusione della vita di Gesù -quelle massime autorità religiose stanno per compiere un crimine enorme e con questa parabola Gesù vuole farli riflettere sulla loro responsabilità. Ma poi noi ci renderemo conto che il messaggio è valido non solo per le autorità religiose del popolo d’Israele, ma è valido per le comunità cristiane di oggi, perché la vigna era Israele e oggi la vigna del Signore è la comunità di noi battezzati.

E noi accoglieremo questo messaggio. Il vignaiolo rappresenta chiaramente Dio, che rivela tutto il suo amore in queste premure. Quali sono queste premure? Vediamo di richiamarle. La prima: Costruisce una siepe di recinzione perché vuole delimitare la sua proprietà. Israele era stato isolato dai popoli pagani che avevano i loro proprietari, che erano i loro dei che dettavano le norme morali, ricevevano i sacrifici e le prostrazioni. Dio aveva la sua proprietà: Israele e l’aveva delimitata. Come? L’aveva protetta con una siepe, che era la Torah, la sua legge. Dice il libro dell’Esodo: “voi sarete la mia proprietà, fra tutti i popoli della terra”.

Le stesse attenzioni il Signore le ha per la Chiesa che vive nel mondo, ma non appartiene al mondo, che segue una logica, delle norme di vita che non sono quelle del mondo. La Chiesa non segue le insensatezze che la maggioranza forse assume come norma e come valori massimi della vita. E la siepe che protegge la comunità cristiana è la parola del Vangelo, che mantiene sempre vigili e fa subito identificare se c’è qualche brigante che scavalca la recinzione per rovinare la vigna.

La seconda premura: Scava una buca per pigiare l’uva. Un frantoio al tempo di Gesù era composto di due vasche. C’è una vasca più grande, dove veniva posta l’uva e veniva pigiata. Sopra mettevano una trave, alla quale legavano delle corde per non scivolare, e mentre pigiavano l’uva danzavano, cantavano e fa riferimento anche la Bibbia a questi canti di gioia della vendemmia, della pigiatura. Nella vasca più piccola veniva raccolto il mosto. Insisto su questo tema dell’uva, del mosto e del vino, perché ciò che Dio vuole da questa vigna, il prodotto, è la gioia e solo la gioia. La Chiesa adesso è stata voluta dal Signore per produrre gioia e solo gioia. Io non so come mai il Vangelo è stato velato di tristezza, che non ha assolutamente senso, perché l’unica cosa che Dio vuole è la gioia e la Chiesa è stata voluta proprio per introdurre nel mondo la logica evangelica, e da questa logica nasce poi il mondo di pace e di amore. E la Chiesa non è che deve produrre questo vino, questa gioia, per sé stessa. No, è per il mondo intero, che lei è stata voluta.

La terza attenzione del vignaiolo: La costruzione di una torre. Sul tetto delle torri che si trovavano nelle vigne c’è il punto di osservazione che indica lo sguardo del Signore che segue, con premura materna direi, la sua vigna, la vigila, la protegge dai ladri, dai predoni che vengono soltanto per rovinare. Vigilava su Israele, e vigila oggi sulla comunità cristiana. Dopo aver affidato la vigna ai contadini, il padrone della vigna è andato lontano. Rappresenta il Signore che adesso ha affidato al suo popolo la missione di produrre gioia.

Adesso c’è l’attesa dei frutti. Cosa produrrà questa vigna? Gli ascoltatori della parabola, che sono le guide spirituali del popolo, i capi dei sacerdoti che gestiscono le solenni liturgie del tempio – che sta funzionando a pieno ritmo al tempo di Gesù: la spianata brulica sempre di pellegrini, di devoti che offrono sacrifici, incensi, olocausti – queste guide spirituali adesso si aspettano – perché hanno capito che sono loro i vignaioli – si aspettano un elogio, che Dio sia felice della religione che gli offre tante preghiere, tanti canti, tante musiche, tante prostrazioni. È il tempo in cui anche la Chiesa è chiamata a produrre frutti, quei frutti che il Signore si aspetta.

Adesso sentiamo che cosa ha prodotto questa vigna? Gesù sta parlando ai capi dei sacerdoti, a gente che conosce bene le scritture e quindi capiscono subito le allusioni che Gesù fa nella sua parabola, quando parla degli inviati del Signore. Loro ricordano ciò che dice il Signore, per bocca di Geremia: “dal giorno in cui i vostri padri sono usciti dall’Egitto fino ad oggi, io ho sempre mandato a voi i miei servitori, i profeti. Li ho mandati con premura, sempre, ma il popolo non li ha ascoltati”.

Gesù ne ricorda due di questi invii, forse in riferimento ai profeti che sono stati inviati prima dell’Esilio e quelli che sono stati inviati dopo l’Esilio, fino a quando poi la profezia si è spenta negli ultimi secoli prima di Cristo, perché il Signore non inviava più profeti: il popolo non li ascoltava. Che cosa riguardavano i richiami di questi servitori inviati a Israele? Basta sfogliare i libri dei Profeti e subito ci si rende conto che cosa venivano a chiedere. Era ciò che il padrone si aspettava dalla vigna.

Il capitolo primo di Isaia, dice: “imparate a fare il bene. Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova”. Ecco i frutti che il Signore voleva e lo dice per bocca del suo profeta. Nel canto della vigna, cui ho accennato prima, alla fine dice: “il Signore si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, si attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”.

La verità è che i profeti inviati non trovavano mai questi frutti. Cosa trovavano? Solenni liturgie, sacrifici di agnelli, olocausti, incensi. Ma i profeti denunciavano queste pratiche religiose come inutili, senza alcun valore. All’inizio del libro del profeta Isaia, il Signore dice: “sono nauseato dai vostri incensi, quando voi cominciate ad eseguire i vostri canti, con il suono di arpe, io mi turo le orecchie. Sono altri, ben diversi i frutti che io voglio dalla mia vigna”. Nel capitolo 58 di Isaia, quando parla del digiuno: “tu chiameresti digiuno piegare il proprio capo come un giunco, usare sacco e cenere per letto? è questo che voi chiamate digiuno? Il digiuno che io voglio è sciogliere le catene inique, rimandare liberi gli oppressi! Il digiuno che io voglio è dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, i senzatetto, vestire chi è nudo, non dimenticare che le persone che sono bisognose sono tua stessa carne!”.

Siccome insistevano troppo con questi richiami, i profeti hanno infastidito i gestori della vigna ed essi che cosa hanno fatto a questi profeti? Li hanno bastonati, li hanno uccisi, li hanno lapidati. Basta vedere che cosa è successo Geremia, il più osteggiato dalla classe sacerdotale, il profeta che assomiglia di più a Gesù di Nazareth: è stato messo in ceppi e gettato in una cisterna; Uria viene colpito di spada; Zaccaria è lapidato nel cortile stesso del tempio.

Vediamo cosa accade nella vigna del Signore, la Chiesa oggi. Continua a mandare i suoi servitori, i profeti, e che cosa fanno questi profeti? Richiamano sempre a una vita più evangelica, perché facilmente si infiltra nella comunità cristiana la logica, i pensieri del mondo e i profeti invece risvegliano sempre la sensibilità evangelica che questa comunità deve avere. I profeti, i servitori, sono quelli che denunciano anche la religiosità ipocrita che tranquillizza le coscienze, ma che non è quella voluta dal Signore. I profeti sono quelli che mettono in risalto anche l’inconsistenza di certe pratiche devozionali, di certe tradizioni che non hanno alcun aggancio con la parola di Dio. I profeti infastidiscono sempre. Li abbiamo visti anche, i profeti, molto recenti. Pensiamo a un Don Mazzolari, ad un Oscar Romero, a Tonino Bello, a Turoldo, a Don Milani, che hanno infastidito parecchio. Ma ci sono dei segni che ci permettono di riconoscere chi è inviato dal Signore e chi invece parla di testa propria. Provo ad accennare ad alcuni criteri che ci possono servire:

Il primo. Gli inviati del Signore non cercano mai vantaggi personali, non agiscono per ottenere benemerenze, riconoscimenti: le loro parole sono sempre dettate unicamente da una grande passione per la causa del Vangelo.

Secondo criterio. I loro richiami sono sempre centrati sui frutti che il Signore si aspetta: l’amore, la fratellanza, la giustizia, l’attenzione al povero. Difatti sono sempre schierati dalla parte degli ultimi e hanno anche sempre problemi poi con le strutture di potere politico e anche con le strutture religiose, quando sono espressione di potere e non di servizio alla comunità.

Un ultimo criterio. Sono coloro che pagano sempre di persona.

Ecco, il Signore ama tanto la sua vigna e continua a inviare i suoi profeti. Se non vengono ascoltati questi inviati, questi profeti, – Gesù continua la parabola – il padrone della vigna ama tanto questa vigna da inviare suo figlio.

Che cosa è venuto a chiedere il figlio ai gestori della vigna? Gli stessi frutti che avevano preteso gli inviati prima di lui, i profeti. E che cosa ha trovato? Ci viene detto dagli evangeli sinottici con un’altra parabola, quella del fico sterile, quel fico che produceva soltanto foglie. Le foglie indicano le apparenze di religiosità, le foglie che illudono, che ingannano, perché nascondono la mancanza di frutti, che sono l’unico prodotto che il Signore si aspetta.

Il fico è un’altra immagine del popolo di Israele, dà frutti molto dolci e sono questi frutti che il Signore si aspetta da questa pianta, Israele. In conseguenza delle richieste fatte dal figlio: così come hanno tolto di mezzo i primi inviati, i profeti, i gestori della vigna hanno cacciato fuori il figlio e lo hanno ucciso. La parabola descrive chiaramente ciò che Gesù prevedeva: si era reso conto che le autorità religiose lo stavano per togliere di mezzo, cacciarlo fuori dalla vigna, Gesù difatti viene giustiziato fuori dalla città Santa, come se fosse uno che la contaminava.

Cosa volevano questi gestori della vigna? Volevano mantenere la loro posizione di prestigio, i loro vantaggi economici fondati sulle ingenuità del popolo devoto. Basti pensare agli enormi proventi delle offerte del mercato al quale era stato ridotto il tempio. Ricordiamo il gesto fatto da Gesù di scacciare fuori tutti i venditori: non erano questi i frutti che il Signore si aspettava dal suo popolo. Oggi, nella nostra comunità cristiana, facciamo attenzione, perché il pericolo di cacciare dalla vigna il figlio è attuale anche per noi. Il figlio, il Vangelo, il pericolo, la tentazione di cacciar fuori il Vangelo dalla nostra vita, dalla vita ecclesiale e dalla nostra vita nel mondo, è sempre una tentazione molto attuale.

Anzitutto per coloro che nella chiesa sono i primi responsabili della vigna: anche loro possono essere tentati di mettere da parte il Vangelo, di gestire secondo criteri umani la vita ecclesiale. Possono pensare che la vigna sia loro, che la facciano da padroni, senza avere come unico punto di riferimento la Parola del Maestro. Questa tentazione c’era già fin dagli inizi delle comunità cristiane: ricordiamo il capitolo cinque della lettera di Pietro, quando dice: “Io esorto gli anziani – io un anziano, come loro, quindi uno che presiede alla vita della comunità – pascete il gregge di Dio che vi è stato affidato, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non comportandovi da padroni, ma divenendo modelli evangelici del gregge”.

Quando noi ricordiamo la storia della Chiesa, ci rendiamo conto che la vigna del Signore è stata condotta tante volte da gestori della vigna che hanno cacciato, il figlio, il Vangelo, dalla vita ecclesiale. Sono i peccati della nostra comunità cristiana. Ma qui non si tratta solo delle gerarchie ecclesiastiche, che hanno certo delle responsabilità se la vita della Chiesa non si presenta come autenticamente evangelica, ma tutti i credenti possono compiere questo peccato di cacciare il Vangelo dalla vita ecclesiale.

Pensiamo per esempio: nella gestione dei beni, quali sono i criteri che seguono i cristiani? È la legge del mercato o è il Vangelo che li guida, oppure mettono da parte il Vangelo? Quando c’è da dividere un’eredità, se qualcuno richiamasse il Vangelo, cosa risponderebbero tanti cristiani? Lascia stare il Vangelo, ci sono le leggi dello Stato! Allora ragioniamo come pagani, come se Cristo non ci avesse detto di non accumulare beni su questa terra, ma in cielo dove i ladri non rubano!

Quando noi cacciamo fuori questo Vangelo, stiamo cacciando il figlio dalla vigna. Nel modo di concepire la famiglia monogamica, testimone di amore fedele e incondizionato. La mentalità corrente è condivisa a volte anche dai cristiani, che scacciano Cristo e il suo Vangelo da questa visione di amore coniugale. Anche nella società il Vangelo viene cacciato da quando Nietzsche ha pronunciato la famosa frase che ha continuato a circolare: “Dio è morto, noi l’abbiamo ucciso”.

Le conseguenze di questa uccisione, di aver cacciato Cristo dalla vita di una società, sono sotto gli occhi di tutti. Noi vediamo che cosa produce l’uomo sganciato dai valori evangelici: guerra, mostruosità, solitudine, mancanza di senso della vita, nichilismo, distruzione del creato.

Ecco, stiamo attenti perché, questa parabola si rivolge a noi: oggi apri gli occhi, riconosci il figlio, non cacciarlo dalla vigna! E la parabola si è conclusa con una scena drammatica, quella dell’uccisione del figlio. È finito tutto?

Il male ha ottenuto la vittoria definitiva? Dopo aver raccontato la parabola, Gesù si rivolge direttamente ai suoi ascoltatori, che sono i custodi della vigna e chiede loro: cosa fareste voi, adesso al posto del padrone? La risposta è quella che daremo anche noi: il castigo, fare a pezzi quei criminali. Gesù annuncia una meraviglia, non il castigo, ma, attraverso il più grande crimine che gli uomini hanno commesso, Dio ha costruito il suo capolavoro di amore e di salvezza.

Dio non ha voluto la morte del suo figlio, ma, mandando un agnello in mezzo ai lupi, il figlio aveva il destino segnato. Ma che cosa si è rivelato in questo peccato commesso dagli uomini? L’amore infinito di Dio! Perché sulla croce che cosa ha detto Dio per bocca di suo figlio? Qualunque cosa voi mi facciate, io non posso far altro che amarvi. Non ci poteva essere una rivelazione più grande dell’amore di Dio, se non attraverso questo crimine, commesso dagli uomini.

La conclusione della parabola è presentata con un’immagine drammatica: Se uno cadrà su questa pietra perirà e se questa pietra cadrà su qualcuno lo stritolerà. Che cosa significano? Sono immagini truculente, ma il messaggio è stupendo, di gioia. La pietra è Cristo, questa pietra è stata scartata dai costruttori, ma Dio l’ha posta, nella Pasqua, come pietra angolare di una stupenda costruzione. Che cosa significa, questo sfracellarsi contro questa pietra? La pietra è Cristo, la manifestazione dell’amore di Dio. Noi pensiamo che l’amore sia più debole dell’egoismo. L’amore nel mondo vincerà o verrà sopraffatto? Perché con l’egoismo ci viene istintivo il pensare a noi stessi. L’amore è una logica che viene dall’alto, che Dio ha posto nei nostri cuori. Allora chi vincerà fra l’egoismo e l’amore? Dice Gesù: se qualcuno cadrà contro questa pietra sembra debole, ma l’amore è più forte dell’egoismo, l’agnello sembra debole, ma è più forte dei lupi.

Non è quindi un detto di minaccia quello che Gesù impiega per concludere il suo messaggio, ma è un annuncio di gioia e di speranza: L’amore è più forte del male nel mondo.

 
 
 

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