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2ª DOMENICA DI PASQUA

  • Immagine del redattore: don Luigi
    don Luigi
  • 10 apr
  • Tempo di lettura: 15 min

Dal vangelo secondo Giovanni (20, 19 -31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Il brano evangelico della scorsa settimana, quello del giorno di Pasqua, ci ha presentato tre persone innamorate di Cristo che all’alba sono corse al sepolcro: la Maddalena, Pietro e il discepolo amato; hanno visto la pietra rotolata, il lenzuolo che era a terra sgonfiato senza il corpo di Gesù, il sudario e questo è accaduto il mattino di Pasqua. Il brano di oggi ci racconta la manifestazione del Risorto ai discepoli la sera dello stesso giorno. Inizia dicendo dove si trovavano erano chiusi in casa con le porte sbarrate perché avevano paura dei Giudei. Notiamo, non si dice che erano gli Apostoli o i dieci – dieci perché Giuda se ne era andato – ma manca Tommaso. La sera del giorno di Pasqua, mentre tutti sono sbarrati dentro casa, Tommaso è fuori! Comincia ad esserci simpatico perché lui non ha paura di stare fuori.

Se parla di discepoli significa che non si rivolge solo ai dieci che erano nel Cenacolo, ma si rivolge a tutti i discepoli, quindi l’esperienza che adesso ci racconta è quella che devono fare tutti i discepoli.

“Hanno paura dei giudei”, dobbiamo chiarire che nel Vangelo secondo Giovanni, i giudei non sono tutto il popolo d’Israele, sono l’immagine degli increduli, di coloro che si oppongono alla proposta di mondo nuovo fatta da Gesù, solo coloro che si sentono infastiditi dalla sua luce e preferiscono la tenebra del mondo antico.

Questa prima comunità è spaventata ed è l’immagine della Chiesa quando ha paura di chi non accetta la proposta di uomo che lei fa, la proposta di mondo nuovo, di nuova società, è la Chiesa che teme il confronto con chi la pensa e vive in un modo diverso; si rinchiude, si arrocca, vede il  male un po’ ovunque, anche dove non c’è, e si isola perché teme di non saper rispondere agli interrogativi che il mondo le pone, non sa dare, pensa di non saper dare le ragioni delle proprie scelte… ha paura, si richiude su se stessa e la paura è sempre un pessimo consigliere per la Chiesa, perché può renderla aggressiva, intollerante, fanatica come successo nella storia, smette di dialogare, smette di proporre le proprie convinzioni, ma se può tenta di imporle.

Quando noi ripensiamo alla storia della Chiesa, ricordiamo alcune paure: la paura della scienza, quando la Chiesa è arroccata contro il razionalismo, le scoperte di Galileo, le teorie evoluzionistiche, oppure la paura della democrazia, la paura della libertà di coscienza e – diciamo anche – la paura degli studi biblici, delle interpretazioni nuove che erano dettate dalle nuove scoperte storiche, archeologiche… c’è voluto un Concilio per spazzar via queste paure.

Anche oggi le paure non mancano, perché la Chiesa si deve confrontare con la società che ben conosciamo, che è sempre meno propensa ad accogliere le proposte impegnative del Vangelo, rinuncia, sacrificio, progetti di vita impegnativi sono un po’ fuori moda; si preferisce fare scelte meno coinvolgenti, per esempio si va a convivere fino a quando piace, farsi una famiglia stabile, impegnarsi in un’unione d’amore fedele, incondizionato pare una proposta di altri tempi, si preferisce una vita che potremmo chiamare consumistica, cioè mi prendo i piaceri che posso godermi nell’immediato, è bene ciò che mi piace. Di fronte a questa società, a questo mondo, i discepoli possono essere tentati di arroccarsi, di stare lontani per paura del confronto, di essere ritenuti magari retrogradi, medievali, gente che non sta al passo con i tempi e rinunciare a quello che Gesù ha detto: dovete essere il sale della terra, luce del mondo, voi dovete stare nel mondo”.

Chiediamoci: come mai i discepoli la sera di Pasqua hanno paura? La ragione è che non avevano ancora fatto l’esperienza dell’incontro con il Risorto e anche tutte le nostre paure, hanno sempre la stessa origine… manca la luce del Risorto che deve illuminare ogni momento, ogni scelta della nostra vita. Credo che anche fra di noi sono più gli ammiratori di Gesù di Nazareth e delle sue proposte morali più che coloro che realmente hanno visto il Risorto. Cosa smuove i discepoli a Gerusalemme nella sera di Pasqua, dalle loro paure? Viene Gesù e sta in mezzo a loro”. Sono importanti questi verbi che vengono impiegati dall’evangelista Giovanni. Dobbiamo notarlo, non dice che Gesù appare, si fa vedere e poi scompare, No!

È una presenza adesso che rimane in mezzo alla Comunità dei discepoli, è l’evento che cambia tutto. In questa prima Comunità di discepoli, la presenza in mezzo a loro del Risorto e cambia tutto nella Chiesa di oggi quando si prende coscienza che nella Comunità Cristiana, il Risorto continua, è presente. L’evangelista Giovanni impiega un verbo “oraoper dire che hanno fatto questa esperienza dell’incontro con il Risorto, l’hanno visto, o meglio si è fatto vedere. La scorsa domenica noi abbiamo distinto tre verbi, in italiano ne abbiamo uno solo “vedere”, i greci ne hanno tre che vengono impiegati dall’evangelista. Il primo “blepo è il vedere con lo sguardo materiale, il verificabile, la Maddalena ha visto la pietra rotolata; poi c’è un altro verbo “theoreo chi ha visto comincia ad andare oltre, a riflettere, è un vedere che va un po’ più in là, va già verso l’invisibile; poi c’è un altro verbo che viene impiegato “orao”, è quello che l’evangelista Giovanni impiega per dirci l’esperienza che loro hanno fatto, hanno visto ciò che con gli occhi materiali non può essere verificato, vedono l’invisibile, vedono il Risorto, è lo sguardo della fede, lo sguardo dell’amore, lo sguardo che permette di contemplare ciò che è reale ma che gli occhi materiali non possono verificare. L’evangelista dice che nel giorno di Pasqua, i discepoli si sono resi conto di una nuova presenza, un nuovo modo di essere presente di Gesù in mezzo a loro, una presenza che supera tutti i limiti che appartengono al nostro mondo, quelli dello spazio e del tempo ed è una presenza che è attuale oggi. Se non prendiamo coscienza della presenza del Risorto in mezzo a noi, emergeranno tutte quelle paure cui abbiamo accennato e che la storia della Chiesa ci dice sono state vissute.

Quando si manifesta al gruppo dei discepoli riuniti nella sera di Pasqua, il Risorto dice loro “Pace a voi” e poi “mostra le sue mani e il costato”. Non si tratta di un gesto apologetico, quasi che Gesù volesse dimostrare la propria corporeità risorta… dobbiamo cancellare questa immagine che noi vediamo nei dipinti occidentali, Gesù che esce dal sepolcro, è ancora quello di prima con il suo corpo e torna in mezzo a noi, No! La risurrezione non è questo, la risurrezione non è tornare qui, ma entrare nel mondo di Dio, nel mondo definitivo, quel mondo in cui entreremo tutti noi. Come mai mostra le mani e il costato? Non si riconosce una persona dalle mani e dal costato, la si riconosce dal volto, invece Gesù mostra la propria identità nelle mani e nel costato. Quindi quelle mani le dobbiamo contemplare bene perché sono la rivelazione delle mani di Dio! Nell’Antico Testamento si parla delle mani di Dio, ma la rivelazione del volto di Dio e anche delle sue mani è progressiva e, la rivelazione piena, la troviamo nelle mani di Gesù di Nazareth.

Cosa significano le mani? Le mani indicano le azioni, le opere che uno compie e noi guardando le mani di Gesù, che Lui mostra la propria d’identità nelle opere che Lui compie con le sue mani. Nell’Antico Testamento in genere, quando si parla delle mani di Dio, è in accezione positiva, Dio che fa del bene con le sue mani, ma ci sono anche dei momenti in cui si parla delle mani che castigano, quando Dio stende le mani sull’Egitto arrivano le piaghe, anche la minaccia di uno dei fratelli Maccabei quando dice al sovrano “tu non sfuggirai alle mani di Dio è una minaccia, anche nella Lettera agli Ebrei abbiamo quell’espressione che riflette però il linguaggio dello omelie rabbiniche, spaventoso, “cadere nelle mani del Dio vivente”.

Vediamo invece la rivelazione piena per le opere compiute da Dio, attraverso le mani di Gesù. Le folle si meravigliano dei prodigi compiuti dalle mani di Gesù… guarisce, quando incontra il lebbroso, Gesù stende la mano e lo accarezza; oppure la scena dolcissima di Gesù che prende i bambini fra le braccia e li accarezza con le sue mani, impone loro le mani; oppure ancora le mani di Gesù che lavano i piedi dei discepoli. Queste mani hanno fatto la proposta di mondo nuovo, quello del servizio, del dono d’amore, ma queste mani sono state inchiodate, bloccate, da chi voleva perpetuare l’opera antica delle mani. Qual erano le opere delle mani del mondo antico, quello della tenebra? Erano le mani che distruggevano, che aggredivano, che facevano guerre, commettevano violenze, mani che non donavano, prendevano, si accaparravano egoisticamente. Questo mondo antico ha pensato di bloccare questo mondo nuovo, fatto di servizio, di opere d’amore, inchiodandole sulla croce. Gesù presenta queste mani come la sua identità!

Poi, oltre alle mani mostra il costato. Da quel costato è uscito “sangue e acqua” sangue indica vita nella cultura semitica ed è la sua vita donata totalmente per amore; l’acqua è la vita nuova, quella dello Spirito, è il DNA divino che ci è stato donato. Mani e costato quindi, sono la carta d’identità del figlio di Dio, ma non solo di Gesù, devono essere la carta d’identità di ogni figlio di Dio, perché avendo ricevuto lo Spirito di Cristo, la vita dell’Eterno che Gesù ha portato nel mondo, anche in noi la carta d’identità è questo tipo di mani che agiscono soltanto per amore! I discepoli, quando hanno visto questa identità del Risorto, “gioirono al vedere il Signore”. Questa gioia nasce dall’armonia con la propria identità di uomo che vive secondo il disegno di Dio. La tristezza infatti, nasce dal pensare che il dono della vita che si è visto realizzare in Gesù, fosse un fallimento… la gioia nasce dalla scoperta che l’amore che è stato vissuto non viene cancellato, ogni opera di amore rimane!

Poi il Risorto dice: “Come il Padre ha mandato me, anch’io invio voi”. Abbiamo visto questi discepoli che per paura sono rinchiusi in casa, adesso il Risorto li invita ad uscire, a non avere paura, li manda nel mondo. E cosa li invia a fare? Lui invia i discepoli a mostrare al mondo le loro mani che devono essere come le sue, invia i discepoli a fare al mondo una proposta di mani diverse, mani che si impegnano per la vita, non per la morte; mani che non commettono violenza ma che costruiscono un mondo di pace. La Chiesa esiste per rendere presenti e visibili le mani del Signore, per realizzare le sue opere, per portare a compimento il mondo nuovo a cui Lui ha dato inizio. Il mondo è in diritto di vedere nelle nostre opere, nell’opera delle nostre mani, l’opera delle mani di Gesù. Come mai Gesù compiva queste opere? Come mai si muovevano così le sue mani?

Solo per l’amore perché era mosso dallo Spirito e questo Spirito, nel giorno di Pasqua, Lui lo ha comunicato alla comunità dei suoi discepoli. Il verbo che viene impiegato dall’evangelista Giovanni è “ha soffiato dentro di loro”, è un verbo rarissimo, ricorre nell’Antico Testamento soltanto due volte; una è quando è stato creato l’uomo, “Dio ha soffiato dentro il suo alito”, poi ricorrere un’altra volta nel Libro di Ezechiele quando questo alito “dà vita a quelle ossa aride che sono sparse nella pianura”. Nel Nuovo Testamento soltanto qui ricorre questo verbo e allora comprendiamo il significato che l’evangelista vuole dare a questo soffio del Risorto: è l’uomo nuovo che viene creato dal dono dello Spirito, di questa figliolanza divina.

Continua, “a coloro che rimetterete i peccati saranno rimessi, a coloro che le ritenete saranno ritenuti”. Il Concilio di Trento ha detto che Gesù ha istituito il “Sacramento della Penitenza, con queste parole ha accordato ai discepoli il potere di rimettere i peccati. Certamente il Sacramento della Riconciliazione è un dono prezioso che ci è stato fatto per recuperare la vita che è stata cancellata, incrinata dal peccato, ma le parole di Gesù hanno un significato più profondo, più ampio… perdonare il peccato – il verbo che viene impiegato qui è “afiemi”,portar via” – significa fare scomparire il mondo ingiusto, quel mondo in cui si usano le mani per fare del male all’uomo. Questo è il mondo del peccato! I discepoli adesso hanno ricevuto lo Spirito e devono cancellare, portar via, spazzar via il peccato, il mondo vecchio. Gesù sta dando un enorme responsabilità alla sua comunità, se il peccato non viene spazzato via, la responsabilità è proprio dei discepoli che non si lasciano guidare dallo Spirito che il Risorto ha donato loro nella Pasqua!

Questa è stata la manifestazione del Signore ai discepoli riuniti nella sera di Pasqua… mancava Tommaso. Otto giorni dopo, quindi nel giorno del Signore, la domenica, quando la comunità si riunisce, c’è anche lui: Tommaso. Nel Vangelo secondo Giovanni i personaggi sono reali – Pietro, Giovanni, Andrea, Nicodemo – però divengono anche simbolo di un modo diverso di rapportarsi con il Maestro. Tommaso è stato scelto come il rappresentante della difficoltà ad accogliere il Risorto, colui che cerca prove razionali, verificabili della risurrezione. Tutti gli evangelisti ci dicono che i discepoli non sono arrivati subito alla fede nel Risorto, hanno fatto fatica, hanno avuto dubbi.

Marco ci dice, alla fine, che quando Gesù si manifesta agli 11, li rimprovera per la loro incredulità e la loro durezza di cuore; Luca, quando il Risorto si mostra loro dice che ha detto: “perché siete turbati? Perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Matteo nell’ultimo capitolo, nell’ultima manifestazione del Risorto, ce lo presenta dicendo che “alcuni ancora dubitavano”. Non soltanto Tommaso ha dubitato e ha fatto fatica a credere nel Risorto, ma tutti hanno avuto dei dubbi, degli interrogativi.

Quando Giovanni scrive verso il 90 – 95, Tommaso è già morto da tempo, come mai prende questa figura? Forse perché ha fatto più fatica degli altri, ma diventa il simbolo di tutta questa difficoltà che hanno provato i discepoli e che proviamo anche noi. Hanno fatto fatica a credere, si sono chiesti come ci chiediamo noi quali sono le ragioni che ci possono indurre a credere, a vedere il Risorto? Per noi oggi, è ancora possibile fare questa esperienza? Ci sono delle prove che è vivo? Sono le domande che noi oggi ci poniamo e Giovanni sceglie Tommaso come simbolo della difficoltà che ogni discepolo incontra.

Vediamo allora la figura di Tommaso. Quando viene presentato, l’evangelista aggiunge sempre il suo soprannome, “Didimo” che significa “gemello”; è già la terza volta che compare nel Vangelo secondo Giovanni e compare sempre come gemello… gemello di qualcuno – ci insiste troppo l’evangelista – gemello di ogni discepolo! Vogliamo capire come mai siamo gemelli di questo Tommaso che ha difficoltà ad accettare il Risorto… siamo gemelli suoi perché gli assomigliamo, ma vorrei chiarire subito, Tommaso si è allontanato dalla Comunità dei discepoli, ma non è gemello di chi abbandona la Chiesa e se ne va disprezzando gli altri perché si sente lui il vero discepolo e si sente superiore. Tommaso non è gemello di chi, magari, è scandalizzato di ciò che accade nella Comunità Cristiana, abbraccia l’ateismo oppure sceglie un’altra religione. Tommaso non ha mollato tutto per andare per la sua strada, ha mantenuto un legame con chi ha condiviso con lui la scelta di seguire il Maestro, infatti 8 giorni dopo lo ritroviamo di nuovo con la Comunità; è gemello di chi soffre, di chi è amareggiato in certi momenti dell’esperienza ecclesiale e si allontana per un momento da questa comunità… magari perché non capisce certe scelte, è gemello di chi ha creduto nel mondo nuovo, di chi ha dato l’anima per la proposta di Cristo. Pensiamo a quei catechisti che per vent’anni si sono impegnati nell’annuncio del Vangelo, hanno dedicato tempo ed energie e hanno un momento di scoraggiamento, di delusione.

Parliamoci chiaro con qualche esempio, qualcuno anche oggi si allontana dalla Chiesa a causa degli scandali che emergono fra i discepoli e che hanno conseguenze devastanti, oppure chi è deluso da una struttura ecclesiale monolitica, centralizzata, paludata, dove si compete ancora per il salire nel potere, la Chiesa che si presenta ancora con un certo sfarzo, con la ricchezza, oppure chi è deluso da una Chiesa ancora medievale, un po’ Costantiniana, clericale, trionfalista, poco evangelica… se si allontana, se se ne va disprezzando questa Chiesa con i suoi limiti, non è gemello di Tommaso, quello va per conto suo.

Gemello di Tommaso è chi ha un momento di difficoltà ma poi torna nella Comunità perché sa che lì è presente qualcuno – lo scoprirà dopo chi -, il Risorto che mantiene unita questa Comunità e che con questa Comunità porta avanti il suo progetto di mondo. I discepoli, i 10, hanno già visto il Risorto e dicevano a Tommaso, è bello il verbo originale non è “dissero a Tommaso” ma “dicevano a Tommaso” quindi è un’azione continuata, cercavano di convincerlo… “Noi abbiamo visto”, raccontavano la loro esperienza. Tommaso è uno che avrebbe voluto un altro tipo di prove, quelle razionali, quelle verificabili e in questo è nostro gemello perché anche noi desidereremmo avere delle prove della Risurrezione di Cristo… non sono possibili, perché si tratta di esperienze che non riguardano il nostro mondo ma il mondo di Dio! L’incontro con Dio, lo possiamo fare anche nella nostra intimità personale, stando nella nostra stanza, pregando individualmente; il Risorto può essere visto e incontrato, solo nella Comunità dei discepoli riunita nel giorno del Signore.

Otto giorni dopo, con i discepoli è presente anche Tommaso, l’allusione è alla domenica, Gesù sta, nel giorno del Signore, in mezzo ai discepoli e si presenta sempre con le stesse parole “Pace a voi”. È il saluto che sentiamo nel giorno del Signore, pronunciato da colui che presiede alla Celebrazione Eucaristica, “la pace sia con voi”, è il saluto che il Risorto rivolge ai discepoli, è rivolto ai 10 discepoli, e ora a Tommaso.

I discepoli che lo hanno abbandonato, che lo hanno anche rinnegato, ma il Risorto non rimprovera, dona sempre la sua pace anche quando, nel giorno del Signore, noi ci presentiamo con tutte le nostre fragilità e debolezze, non riceviamo alcun rimprovero, il saluto e sempre “la pace io dono a voi”.

Poi si rivolge a Tommaso: “metti qua il tuo dito, guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costatoNon è un rimprovero rivolto a Tommaso, Gesù realizza il desiderio che aveva Tommaso, quello di toccare, di vedere le sue mani e la ferita che ha lasciato aperto il suo fianco; è l’invito a Tommaso a tenere sempre il suo sguardo fisso su quelle mani e su quel costato ed è esattamente l’invito che viene fatto a noi, il giorno del Signore, a contemplare quelle sue mani e quel costato perché, se noi teniamo sempre davanti agli occhi cosa hanno fatto quelle mani che hanno costruito soltanto amore, quando noi usciamo di chiesa, durante la settimana avremo sempre presente il compito che Risorto ci ha dato, quello di mostrare a tutto il mondo le sue mani nelle nostre mani.

Come possiamo guardare quelle mani? Come possiamo tenere gli occhi fissi su quel costato che ha donato tutto il suo sangue cioè tutta la sua vita? Ci viene presentato nell’Eucarestia, nel Pane Eucaristico, Gesù quando ha riassunto, ha voluto presentare in un segno tutta la sua storia di vita donata, l’ha rappresentata nel pane… “Io mi sono fatto Pane di vita, ho donato tutto me stesso come alimento di vita”. Lì noi siamo invitati, nel giorno del Signore, a fare esattamente quello che desiderava fare Tommaso, guardare quelle mani e contemplare quel costato! Lo dobbiamo sempre fare perché se noi non teniamo i nostri occhi fissi su quelle mani e su quel costato, non riusciremo a riprodurre nel mondo la presenza di Cristo. Tommaso fa la sua professione di fede, la più bella che noi troviamo, proprio lui che era stato presentato come colui che faceva fatica a credere… è sulla sua bocca che è messa la più bella delle professioni di fede “Mio Signore e mio Dio.

È importante nel contesto storico questa espressione, perché siamo al tempo di Domiziano che voleva essere celebrato come il Signore e il dio; i suoi ordini venivano formulati in questo modo: “Domiziano nostro Signore e nostro Dio ordina che…”. Tommaso dice che il discepolo di Cristo non ha come punto di riferimento questo Signore e questo Dio che è l’imperatore di Roma, quello che l’Apocalisse ci presenta come “la bestia” perché rappresenta il mondo antico; il nostro Signore è il nostro Dio adesso è colui che ci presenta quelle mani che hanno costruito soltanto amore e quel costato che indica il dono di tutta la sua vita.

 
 
 

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