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2ª DOMENICA DI QUARESIMA

  • Immagine del redattore: don Luigi
    don Luigi
  • 27 feb
  • Tempo di lettura: 13 min

Dal vangelo secondo Matteo (17, 1-9)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

Ogni anno, nella seconda domenica di Quaresima, viene proposta la trasfigurazione di Gesù sul monte, di che cosa si è trattato? Forse di un miracolo compiuto da Gesù che ha voluto mostrare un qualcosa del paradiso a tre dei suoi discepoli, non a tutti, tre privilegiati. Se si trattasse di questo, il brano evangelico di oggi non avrebbe molto da dirci, se non suscitare un po’ di invidia per Pietro, Giacomo e Giovanni. Non si tratta di questo, è il racconto dell’esperienza spirituale, intensa, sconvolgente, che tre discepoli di Gesù hanno fatto; erano forse i tre più preparati ad accogliere e interiorizzare ciò che il Maestro voleva mostrare nella propria identità, non era il Messia che si aspettavano e cogliere il Messia di Dio non è stato facile. I tre però, hanno forse cominciato a intuire qualcosa di più degli altri in un’esperienza spirituale nella quale Gesù li ha introdotti.

Per descriverla, l’evangelista ha fatto ricorso a immagini bibliche, questo va tenuto presente altrimenti si perde il messaggio; noi cercheremo di cogliere il significato di queste immagini. L’obiettivo per cui Matteo ha redatto questa pagina non è quello di riferirci un episodio in più della vita di Gesù, ha voluto offrirci l’opportunità di fare, noi oggi, l’esperienza che i tre discepoli hanno fatto sul monte. Se non arriviamo a contemplare il volto trasfigurato di Gesù, non riusciremo mai a dargli l’adesione di essere suoi discepoli, non avremo mai coraggio di tradurre in pratica la sua proposta di vita. È indispensabile per noi fare questa esperienza della trasfigurazione di Gesù e l’evangelista oggi, con il brano evangelico, vuole proprio introdurci in questa esperienza. Ascoltiamo cosa ci racconta: “Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte”.

Il racconto inizia con una indicazione di tempo sei giorni dopo. In genere gli episodi evangelici sono accostati gli unì agli altri senza indicazioni di tempo, come mai qui viene notato sei giorni dopo? È un chiaro invito ad andare a verificare ciò che era accaduto sei giorni prima. Il gruppo dei discepoli con il Maestro, si trovava a Cesarea di Filippo e là Gesù aveva posto loro la domanda “chi sono io per voi?” Pietro aveva risposto: “Tu sei il Messia!” Gesù ha approvato la risposta di Pietro e poi ha continuato presentando per la prima volta quale sarebbe stato il suo destino… andava a Gerusalemme e là gli anziani, i capi dei sacerdoti, gli scribi lo avrebbero giudicato, ucciso, ma questa sarebbe stata la fine? La sua morte sarebbe stata per un destino glorioso, la risurrezione! Pietro è rimasto sconvolto da questo primo annuncio della passione, ha preso in disparte Gesù e ha cominciato a rimproverarlo; “epitimao” il verbo che viene impiegato dall’evangelista, è il verbo che viene usato quando Gesù scaccia i demòni e Pietro sta facendo un esorcismo su Gesù “cosa non hai mai detto”.

Nell’Antico Testamento mai si dice che il Messia di Dio non viene protetto dal Signore e che non è un vincitore glorioso. Gesù rimprovera Pietro e gli dice: “tu sei un satàn, cioè tu vuoi intralciare il cammino che il Padre ha tracciato per me, vai dietro a me, non metterti davanti a insegnarmi la strada. Vai dietro a me satan, perché tu pensi secondo il mondo, non secondo Dio, tu segui i ragionamenti degli uomini e da questi ragionamenti ti devi staccare se vuoi appartenere al gruppo del mondo nuovo che io adesso sto iniziando a formare”. Il mondo antico era quello dove la legge era quella del più forte che si imponeva, dominava, si faceva servire, adesso Gesù sta formando questo piccolo gruppo che deve presentare un mondo alternativo a quello vecchio, non sarà quello dei dominatori, ma quello dei servi e Pietro non lo vuole accettare.  Che cosa fa Gesù? Prende un gruppo dei suoi discepoli, forse i più preparati ad accogliere la novità e li conduce sul monte. Adesso inizia la presentazione delle condizioni necessarie se noi vogliamo essere introdotti in questa esperienza della scoperta del volto glorioso di Gesù quindi della sua trasfigurazione.

La prima condizione è quella di lasciarci accompagnare da Lui sul monte. Il monte non è una collinetta, dice che è un monte alto, cioè che arriva fino al cielo, fino a Dio. Nella Bibbia il monte indica il mondo di Dio, se si vuole incontrare il Signore, se si vuole accogliere il suo pensiero, il suo modo di valutare, di giudicare, bisogna staccarsi dalla pianuradove ci sono tutti gli uomini, dove circolano certi discorsi, certi ragionamenti che nulla hanno a che vedere col modo di pensare di Dio. Pietro ragiona secondo gli uomini perché sta in pianura e adesso Gesù lo accompagna, insieme con Giacomo e Giovanni, sul monte per introdurli nel modo di vedere il volto di Gesù alla luce di Dio. Gesù lascia quindi la pianura e se noi non vediamo questo volto trasfigurato, il brano evangelico di oggi non ci serve a nulla, per questo dobbiamo fare questa esperienza, lasciamoci quindi accompagnare sul monte, stacchiamoci dal modo di giudicare degli uomini.

Seconda condizione, li prende in disparte. È ciò che siamo invitati a fare noi, se si vuole fare l’esperienza di condivisione del pensiero del Signore, bisogna anche ritagliarsi uno spazio in cui ci isoliamo dal chiasso, dalla confusione e anche dalle preoccupazioni della vita quotidiana, che sono importanti, ma bisogna entrare anche in momenti di silenzio, di solitudine, per pensare all’essenziale della vita. Quando si è totalmente assorbiti dai problemi della vita materiale, dall’agitazione, dallo stress, si finisce per non avere più tempo per riflettere, per pensare. Sentiamo adesso che cosa accade a coloro che si ritagliano questo momento di intimità con il Signore, si staccano dal modo di ragionare degli uomini e si lasciano coinvolgere nei pensieri di Dio: “E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui”.

Che cosa accade adesso sul monte? I tre discepoli vedono Gesù trasfigurato, il verbo che viene impiegato è “metamorfomai” che significa hanno assistito a una metamorfosi di Gesù. Sappiamo che cos’è la metamorfosi, il bruco appare brutto, spregevole, ripugnante, ma non è quella la sua identità, lui è una farfalla quindi graziosa, incantevole; nell’annuncio del destino che lo aspettava, Gesù si è presentato come un fallito agli occhi di coloro che sono in pianura e che valutano la persona riuscita secondo i loro criteri. Gesù, secondo i criteri di questo mondo, non era certamente attraente, si è presentato come quel servo del Signore di cui parla il profeta Isaia, disprezzato, reietto dagli uomini, uomo dei dolori, che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre il volto perché si è spaventati quando lo si guarda, disprezzato per lui non si ha alcuna stima, è giudicato addirittura come un castigato, come un percosso da Dio… secondo i criteri di questo mondo non è una persona da ammirare.

Che cosa accade sul monte? I giudizi cambiano, si capovolgono, lì si vede la vera identità di Gesù ed è questo che i discepoli hanno scoperto. Gesù doveva passare attraverso quello che gli uomini giudicano un fallimento, per arrivare a mostrare la sua vera gloria, che è la gloria di chi ama. Vengono impiegate due immagini bibliche per presentare questa metamorfosi alla quale loro hanno assistito “il suo volto brillò come il sole”. Il sole è l’immagine della gloria di Dio per la pienezza di luce che possiede e soprattutto per la sua incorruttibilità. Le macchie solari sono state scoperte da Galileo, prima si riteneva che il sole fosse perfetto, incorruttibile. Ecco l’immagine con cui viene presentato il volto autentico di Gesù, come quello di Dio, “che è sole”, dice il Salmo 86, ed è luce, “il Signore è avvolto di luce come di un manto” dice il Salmo 104. E poi le vesti bianche, il colore bianco è la caratteristica del mondo di Dio, perché richiama sempre la luce e le vesti sono la manifestazione esteriore dell’identità di una persona, quindi delle sue azioni.

Che cosa traspare da Gesù? Le sue vesti… di che cosa è rivestito? Di luce! Questa luce è l’amore di Dio che si manifesta come luce attraverso Gesù e in nessuno come in Lui si è manifestata. Sono immagini della luce che sono riprese poi nella Pasqua, l’Angelo del Signore che scende dal cielo, fa rotolare la pietra, si siede sopra e il “suo aspetto era come folgore, il suo vestito bianco come la neve” … Il segno della presenza di Dio è proprio questa luce e questo candore, la presenza di Dio in Gesù è perfetta, era Dio stesso che si rivelava in tutta la sua gloria; la gloria di Dio non sono i trionfi umani, è la manifestazione del suo amore.

Adesso l’evangelista richiama due personaggi dell’Antico Testamento, Mosè ed Elia, come mai vengono richiamati nel racconto della trasfigurazione? Perché ambedue sono saliti sul monte, come hanno fatto i discepoli, erano saliti per vedere la gloria di Dio ma non l’hanno vista, hanno intuito qualcosa, perché la si vede sul monte quando si incontra Gesù… lì brilla in pienezza la gloria di Dio. Mosè aveva chiesto al Signore: “Mostrami la tua gloria” e il Signore gli aveva risposto: “Tu non puoi vedere il mio volto, perché nessuno può vederlo e rimanere vivo” Allora Mosè entra nella grotta, Dio pone sul suo volto la sua mano e gli dice: “tu mi vedrai quando io sono passato, potrai vedere le mie spalle, ma non il mio volto, non puoi contemplare la gloria di Dio”. Elia, anche lui era fuggito perché Gezabele lo stava perseguitando, aveva ucciso i sacerdoti di Baal e aveva anche pensato di aver fatto un’opera buona, perché l’immagine di Dio che lui aveva era quella del Dio che trionfa mostrando il suo potere. Poi era scappato nel deserto e si era anche arrabbiato con Dio perché diceva che non stava dalla sua parte contro Gezabele, era l’immagine di Dio che lui aveva in mente, non aveva visto il vero volto di Dio che manifesta la sua gloria nell’amore e non nella sconfitta dei nemici. Elia sale sul monte e li avviene la sua conversione, la conversione dell’immagine di Dio che lui aveva coltivato, c’è il terremoto, la manifestazione di forza con la quale si immaginava la forza di Dio… Dio non era nel terremoto, non era nel fuoco, non era nel vento impetuoso che spacca le pietre. Poi ci fu una voce di silenzio leggero, Elia si copre il volto perché stava passando la gloria di Dio che lui non può ancora vedere.

Adesso sono sul monte che dialoganosullaléo”, si confrontano con Gesù; l’immagine che loro avevano di Dio, ora deve confrontarsi sulla vera rivelazione della gloria di Dio che non è quella del potere ma è quella dell’amore. È una gloria strana, inattesa, non è quella che gli uomini si aspettavano, quella del Dio terribile con i peccatori, legislatore e giustiziere, il Dio che pretende di essere obbedito e servito… no! È il Dio amore che ha assunto la forma di schiavo per servire l’uomo!

Questa gloria, Mosè ed Elia non l’avevano vista, adesso anche loro devono confrontare la gloria che loro immaginavano con la gloria che brilla sul volto di Gesù. Se noi non facciamo questa esperienza della metamorfosi e non ci rendiamo conto che la gloria sta nell’amare, nel donare la vita come Gesù ha fatto, non avremo il coraggio di dare la nostra adesione alla proposta di vita che Gesù ci fa.

Sentiamo adesso la reazione di Pietro di fronte a questa rivelazione che non si aspettava, di fronte alla metamorfosi dello schiavo che viene presentato alla luce di Dio come il Signore: “Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo»”.

Pietro esclama: “Signore è bello per noi essere qui!” È rimasto incantato dalla bellezza. Quale bellezza ha colto? Anzitutto la bellezza del volto di Dio. Il Dio che noi vediamo in Gesù è bello, una certa immagine di Dio che ci è stata presentata nella catechesi non era bella, qualcuno la annuncia ancora; vuol dire che non ha fatto l’esperienza di contemplare il volto di Dio in Gesù. Pietro lo ha fatto e anche noi siamo invitati a cogliere la bellezza di questo volto, salendo sul monte, staccandoci da quell’immagine di Dio che noi ci siamo fabbricati e contemplare solo il volto di Dio che noi vediamo in Gesù. Poi Pietro ha colto la bellezza dell’uomo vero, dell’uomo che ama, che dona la vita! Adesso basta contemplare questa bellezza, bisogna tradurla in atto, cioè tornare nel mondo, nella vita concreta rivestiti anche noi di questa bellezza e di questa luce, diventando trasparenza della bellezza che abbiamo contemplato in Cristo. Se abbiamo capito che il senso della vita è donarla, bisogna mettersi a servire il fratello.

Pietro dice: “facciamo tre tende” Chi costruisce una tenda, vuol dire che si vuole fermare, non basta la contemplazione di questa bellezza, poi bisogna scendere dal monte e ritornare nel quotidiano, uscire dalla chiesa e mettersi ad amare, tornare al lavoro, alle proprie responsabilità sociali, svolgere la propria professione ma in un modo diverso da come la si svolge in pianura, la si svolge per servire non per emergere e per cercare la vanagloria di questo mondo. La nostra liturgia domenicale andrebbe vissuta proprio in questa prospettiva per essere autentica e bella, tornare nel mondo rivestiti della luce di Cristo. Ricordiamo che Mosè, quando scendeva dal monte era luminoso, anche il cristiano, se è stato davvero sul monte e ha contemplato la bellezza di Cristo, torna rivestito di questa luce… è ciò che Gesù dice: “voi siete la luce del mondo” non luce nostra, ma luce riflessa di quella di Dio e di quella di Cristo.

“Pietro stava ancora parlando quando una nube li avvolge e li copre della sua ombra”. È un’altra immagine biblica, è la nube che accompagnava il popolo nel cammino del deserto, è una carezza, indica la presenza di Dio che avvolge chi ha capito questa bellezza di Cristo, chi adesso scende dal monte e deve avere questa sensazione che è la verità di sentirsi sempre avvolto dalla tenerezza di Dio che lo accompagna nella vita concreta. La voce del cielo. Quando si impiega questa immagine, nel mondo rabbinico, si vuole presentare la visione di Dio su ciò che sta accadendo; la voce presenta Gesù come il figlio amato. Figlio, nella cultura semitica, è colui che assomiglia al padre, qui Gesù viene presentato come l’immagine perfetta del Padre, in Lui il Padre del cielo si compiace, si riconosce perfettamente. Questa voce di Dio nel Vangelo risuona due volte, la prima è nel battesimo, quando i cieli si spalancano e poi si sente questa voce del cielo che dice: “questi è il figlio mio prediletto, nel quale io mi sono compiaciuto”. Non si dice “ascoltatelo” perché ancora non ha parlato, non ha ancora mostrato il suo volto, è all’inizio della vita pubblica. La seconda volta in cui questa voce parla, cioè nella trasfigurazione, si aggiunge “ascoltatelo”. Ascoltatelo si riferisce anzitutto alla proposta che lui ha fatto: “se vuoi venire dietro a me rinuncia a pensare a te stesso, fai la scelta di essere lo schiavo al quale tutti possono dare ordini, offri la tua vita per amore”. Ascoltate lui se volete essere anche voi figli del Padre del cielo, se volete che anche da voi traspaia questa bellezza che brilla sul volto di Gesù. Questo ascoltatelo più che un ordine è quasi una supplica che nasce dalla tenerezza dell’amore del Padre, pare che ci dica, ci suggerisca: “ti prego, ti raccomando, ascoltate lui se non volete sbagliare la vostra vita”.

È una proposta impegnativa, sentiamo adesso qual è la reazione dei discepoli: “All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti»”. I discepoli cadono con la faccia terra e sono colti da grande timore, sono spaventati perché hanno capito che cosa comporta accogliere nella propria vita, la bellezza che hanno visto in Gesù, significa donare la propria vita. Chi non si spaventa, vuol dire che non ha capito, forse pensa che per essere suoi discepoli basti eseguire qualche pratica religiosa, allora non ci si spaventa, ma quando si comprende che si deve donare la propria vita, allora si ha paura perché il nostro istinto naturale ci porta a difendere la nostra esistenza, quindi ad usare tutte le realtà circostanti, le cose, le persone per proteggere noi stessi, per realizzare noi stessi.

Gesù chiede la rinuncia a sé stessi, l’ideale di uomo del mondo è quella di chi non si lascia mancare nulla e si serve di tutto e di tutti per star bene, per godersi la vita, Questo non è l’uomo bello che noi vediamo in Gesù, Lui ci fa un’altra proposta di uomo, una realizzazione di vita che è paradossale perché sta al di fuori di qualunque verifica, di qualunque controllo da parte dell’uomo. Chi ci dice che alla fine uno non rimpianga di essersi goduto la vita come fanno tutti, non nel servire ma nel farsi servire… non avrò dei rimpianti? Ecco la paura di gettare il seme nella terra, quello che Gesù dice: “se il seme caduto in terra non muore, rimane solo, se invece dona la propria vita produce molto frutto”.

Sono spaventati, Gesù si avvicina ai discepoli, li tocca, li accarezza: “alzatevi non abbiate paura”. Alzarsi, è il verbo della risurrezione, vuol dire rimettiti in piedi, non essere un uomo vecchio ma l’uomo risorto a questa vita nuova che tu hai contemplato in me. I discepoli alzano gli occhi e vedono soltanto Lui. Ecco l’invito che ci viene fatto ad alzare anche noi gli occhi per contemplare solo la sua bellezza e non lasciarci incantare da nessun’altra apparenza di bellezza che è la realtà degli ideali di uomo di questo mondo.

 
 
 

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