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ASCENSIONE DEL SIGNORE

  • Immagine del redattore: don Luigi
    don Luigi
  • 15 mag
  • Tempo di lettura: 12 min

Dal vangelo secondo Giovanni (28,16-20)

 

Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.

Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.

Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato.

Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

Buona Pasqua.

Quando arriviamo alla fine di un libro la storia è conclusa, non così con il Vangelo. Quando si arriva alla fine del Vangelo, comincia una nuova storia. Tutto quello che è venuto prima… è una preparazione a questa storia che comincia con la Pasqua e si concluderà al termine della storia dell’umanità.

Oggi ci vengono presentati gli ultimi versetti del Vangelo secondo Matteo, e noi noteremo che proprio da questi ultimi versetti comincia la storia della Chiesa. A differenza di Luca e di Giovanni, che narrano le manifestazioni del Risorto in Gerusalemme, Matteo presenta l’incontro dei discepoli con il Risorto in Galilea. Prima di questo incontro dei discepoli in Galilea, Lui ha raccontato, la manifestazione del Risorto, alle donne, quando, Gesù venne incontro alle donne, che erano andate al sepolcro, e dice loro: “Agalliasisgioite ed esse si avvicinano, gli abbracciano i piedi… lo adorano e poi Gesù dice loro: “non temete, andate ad annunciare ai miei fratelli”. Bello quel fratelli, questi discepoli che sono scampati, l’hanno rinnegato, i miei fratelli, dice Gesù di loro.” che vadano in Galilea, là mi vedranno.”

Ci chiediamo subito, perché in Galilea? Perché sul monte lo vedranno e poi… quale monte? Sentiamo: “Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.

Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono”.

Gli undici discepoli andarono in Galilea, sono undici, dovrebbero essere 12, è un gruppo ferito. Giuda se n’è andato, ha ritenuto che Gesù fosse pericoloso, per la religione e per la vita del suo popolo, lui aveva coltivato le sue convinzioni, quelle che aveva appreso nelle catechesi, i suoi sogni che dovevano essere sogni di gloria, è stato deluso e ha consegnato Gesù, alle autorità religiose. Ma anche gli altri non sono stati dei modelli di fedeltà, e siamo quindi di fronte a un gruppo segnato da debolezze, da paure, da incapacità a capire, e a seguire il Maestro.

Bene, questa è la comunità alla quale il Risorto affida la missione di cambiare il mondo, un gruppo molto fragile, debole. La Chiesa, fin dall’inizio è una comunità fatta così, di gente che è innamorata di Gesù, ma è anche molto debole, fugge, rinnega, crede e dubita. Vedete che questi undici siamo noi. Questi undici adesso, vedono la luce del Risorto, e qui ci viene insegnato, come devono aprirsi anche i nostri occhi, perché se non vediamo il Risorto noi non facciamo la scelta di uomo che Lui ci propone.

Innanzitutto… qual è il luogo dove si fa questa esperienza dell’incontro con il Risorto? La Galilea gli altri Evangelisti dicono che sono venuti da Gerusalemme, ma qui Matteo non sta facendo cronaca, sta dicendo come si arriva a vedere il Risorto. Anzitutto bisogna andare in Galilea. Cosa significa?

La Galilea è il luogo dove i discepoli hanno incontrato, per la prima volta, Gesù e poi sono stati con lui per tre anni, perché, praticamente, tutta la vita pubblica di Gesù si è svolta attorno a quel lago in Galilea. È lì, che Gesù ha mostrato il vero volto di Dio, il volto dell’uomo riuscito, del figlio di Dio, l’uomo bello. Bene, la Galilea richiama tutta questa esperienza, che discepoli hanno fatto, se non si fa questa esperienza con Gesù, se non si contempla il suo volto di Dio e di uomo riuscito, se non si fa questo primo passo, non si arriva a vedere il Risorto.

Qualcuno vuole delle prove che Gesù è il Risorto poi andrà a vedere, di capire qualcosa di più di lui, nel Vangelo. No. Prima si parte dalla Galilea, dalla conoscenza di questo Gesù che, in tre anni, si è presentato e si è fatto vedere, non basta andare in Galilea, quindi, per conoscere questo Gesù di Nazareth bisogna salire sul monte. È lì che il Risorto dà l’appuntamento, non lo vedi, in pianura, devi salire sul monte. Non dice su un monte qualunque? No. Sul monte che lui ha indicato e qual è il monte che lui ha indicato? L’evangelista Matteo, fin dall’inizio del suo Vangelo, ci presenta questa montagna, quella sulla quale Gesù conduce tutti coloro, che vogliono conoscere la sua proposta di uomo è il monte delle beatitudini.

Dopo che tu, hai conosciuto Gesù e tutto quello che lui ha detto e fatto. Tu! Devi fare la scelta, andare su quel monte, cioè… accogliere la sua proposta di uomo. Io credo che, molti pensano ancora, che prima bisogna avere la prova che Gesù è Risorto, e poi salirò sul Monte delle sue beatitudini, cioè… accetterò la sua proposta. No. È il rovescio. Prima tu accogli le sue beatitudini, la sua proposta di vita che è amare, donare tutto come lui ha fatto e solo dopo tu puoi vedere che chi accoglie queste beatitudini che Gesù ha incarnato per primo entra nella gloria. Se tu pretendi di vederlo nella gloria, ma non hai accettato la sua proposta, non sei salito sul Monte. Tu il Risorto non lo vedrai mai.

In fondo è come avviene nel rapporto degli innamorati… non è che la ragazza deve avere la razionalità che la vita, con quel giovane, sarà certamente gloriosa. No, prima ragionevolmente, fai la tua scelta; vedrai alla fine che la scelta è stata quella giusta.

Dopo averla fatta i tuoi occhi, se tu non sali sul monte, rimarranno sempre tappati, sullo sguardo sui beni di questo mondo e quindi ti aggrapperai, li accumulerai, non potrai mai vedere la gloria di chi li ha donati. Prima tu, li orizzonti e poi ti si aprono gli occhi, difatti, ecco che a questi discepoli, che sono saliti, certamente con molta fatica. Vistolo, lo adorano lo vedono.

C’è un verbo molto significativo in greco “blepo” è lo sguardo materiale, quello che hanno tutti, il verbo “Orao” cioè dopo essere saliti su quel monte, si spalancano gli occhi e vedono al di là del verificabile, riconoscono che in Gesù, c’è la verità, su Dio e sull’uomo.

Però, subito dopo sono colti da dubbi. Che cosa significano? Credo che noi siamo un po’ sorpresi, da questi dubbi, perché ci chiediamo: come potevano dubitare se avevano lì davanti il Risorto? Se ce l’avevano sotto gli occhi? Stiamo attenti, perché Matteo non sta raccontando un fatto materiale, la Risurrezione non è comprovata con i sensi, lo sguardo che vede il Risorto è quello del credente, quello che è salito sul monte, uno sguardo che è dato da chi ha già accolto le beatitudini del Maestro.

Cosa significano questi dubbi? Significa lo seguo oppure no? sono i tentennamenti nella fede, dobbiamo metterli in conto. E Gesù non si preoccupa dei nostri dubbi, sono naturali e vanno d’accordo con la fede. Quello che preoccupa, forse sono le certezze e che nascono dalla convinzione di avere in mano la razionalità nella scelta della fede.

No. Abbiamo la ragionevolezza, non la razionalità. Non può essere provata la Risurrezione di Cristo o la nostra fede e allora quando si hanno queste certezze si finisce molte volte nella volontà di imporre agli altri, la paura, anche quando ci vengono fatte delle domande, che insinuino qualche interrogativo, qualche dubbio perché si teme che queste certezze crollino Allora si diventa fanatici. No. Dobbiamo avere paura di queste certezze fanatiche, non dei dubbi e degli interrogativi! Ma direi anche che ci sono delle certezze di chi urla il proprio ateismo e anche queste certezze preoccupano, perché permettono di adagiarsi, di rassegnarsi nell’indifferenza.

Oramai ho già le mie convinzioni: quello che conta, è ciò che vedo, ciò che verifico. Non mi interessa d’altro e non mi pongo più dei dubbi, degli interrogativi che mi portano a ricercare compassione, un senso alto della vita e anche queste certezze sfociano, come quelle precedenti nell’aggressività, nel fanatismo. Direi…benedetti i dubbi, quelli leali, onesti, sinceri e quelli di chi cerca poi compassione, la verità, non si accontenta di spiegazioni fragili, di frasi fatte, la pensano tutti così. No… i dubbi onesti ti portano sempre alla ricerca, ma il Risorto ci viene incontro comunque e ci ama, così come siamo, non possiamo essere diversi, uomini di poca fede che si fidano di lui.

Sì, ma…fino a un certo punto nel dubbio di questi primi discepoli. Noi ritroviamo questa fatica di credere, che è la nostra, la fatica di quella fede, che coinvolge in una vita nuova. Ci prostriamo davanti al Signore, ma con tanti tentennamenti e ora sentiamo la grande missione che il Risorto affida a questi discepoli che siamo noi, discepoli con poca fede.

Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il Risorto si avvicina a questi undici, perché vuole mostrare loro, il vero volto di Dio. Il Dio che gli uomini avevano immaginato, era un Dio lontano, un Dio severo, incuteva paura.

No. Gesù si avvicina perché vuole mostrarci il vero volto di Dio, e questa vicinanza anche, scandalosa, perché sconvolge tutte le convinzioni che avevamo su di lui. Il Dio cristiano è un Dio che ama stare accanto all’uomo, che fa cadere tutte le barriere che separavano gli uomini da Lui.

Ricordiamo come era fatto il tempio di Gerusalemme, c’erano una serie di barriere che impedivano di giungere a vedere il volto di Dio che, si pensava e si riteneva, abitasse nel tempio di Gerusalemme.

Ricordiamo che nella spianata del Tempio potevano entrare tutti, poi c’era una barriera che bloccava i pagani. Oltre entravano soltanto i giudei, ma subito dopo, c’era un’altra barriera che bloccava le donne, che non potevano procedere verso il santuario, ma soltanto gli uomini, poi un’altra barriera: nel santuario, nemmeno gli uomini potevano entrare, solo i sacerdoti. Un’altra barriera, il velo del tempio bloccava anche i sacerdoti. Solo il sommo sacerdote, una volta all’anno, nel giorno dello Yom Kippur, entrava anche lì con tanta paura, perché l’idea era sempre quella di un Dio lontano e severo.

Ebbene nella Pasqua tutte queste barriere sono crollate. Adesso possiamo contemplare il volto di Dio, non c’è più nessun velo che ci impedisce di vederlo, perché lui si avvicina a ognuno di noi, a questa comunità di discepoli e questo Dio diventa però scomodo perché si fa povero, non ricco come noi lo immaginavamo, colui al quale, gli uomini, dovevano dare qualcosa.

No. Lui è povero perché dona tutto e questo sconvolge tutta la nostra immagine di Dio, perché se lui è povero, noi ci dobbiamo fare poveri. Se noi tratteniamo qualcosa non siamo figli di questo Dio, un Dio che è disposto a perdonare anche i peggiori peccatori è disposto a sopportare anche tutte le nostre mediocrità.

Ci ama così come siamo e cosa dice a questi undici? “mi è stato dato ogni potere” è quel figlio dell’uomo di cui parla il capitolo sette del profeta Daniele quando il Padre Dio consegna a questo figlio dell’uomo un regno universale. Ma che potere è quello che è stato consegnato a Gesù? Non quello che il maligno gli voleva consegnare, cioè i poteri di questo mondo.

L’unico potere che Dio ha è quello di donare vita, di far vivere. Gesù ha rinunciato a tutti i poteri di questo mondo, perché sono l’opposto della vita divina, che è amore, il Dio, che si è manifestato in Gesù di Nazareth. “non incute paura, non schiaccia, non umilia l’uomo. Lui si avvicina all’uomo solo perché vuole che l’uomo viva”. Viva della sua stessa vita.

E cosa fa con questo potere? Come realizza questo potere, che gli è stato consegnato, di donare vita attraverso questi undici? Dice loro adesso cosa sono chiamati a fare e la prima cosa che dice è quella di andare… andate nel mondo intero. È un verbo di movimento, è un movimento anche fisico, devono muoversi per andare ad annunciare a tutti popoli.

Ma non è soltanto un movimento fisico, che devono fare, devono uscire da tutte quelle che sono le loro tradizioni, le loro convinzioni, per andare incontro agli uomini, ai quali devono consegnare quella vita che Gesù è venuto a portare nel mondo e cosa devono fare? Una triplice missione, viene consegnata, a questi undici, che siamo noi!

La prima cosa: “fate discepoli tutte le nazioni”, far discepoli… chi erano i discepoli al tempo di Gesù? Erano quelli che apprendevano dal Maestro e noi rimaniamo sempre discepoli da discernere, mai Maestri. Noi siamo invitati a far sì che tutti gli uomini giungano a questo unico Maestro che è Cristo. I discepoli non andavano solo ad apprendere lezioni, ma vivevano con il Maestro. Questi undici sono inviati nel mondo, a far sì che tutti gli uomini possano giungere, alla scuola di questo Maestro, e vivano accanto a lui facciano l’esperienza di stare con lui devono andare da tutte le genti tutte le nazioni si intendono le nazioni pagane, quelle che nella mentalità dell’epoca, erano le più lontane da Dio.

E per gli ebrei questo era inaudito, il Messia atteso doveva sottomettere tutte le nazioni pagane, sottometterle, assoggettarle e sfruttarle e Israele non aveva capito il significato della propria elezione che non è un privilegio di cui vantarsi. Israele non era stato scelto di fronte ai pagani per gloriarsi della sua superiorità, ma per servire tutte le vocazioni, che non sono mai per essere superiore agli altri, ma sempre per essere al servizio degli altri e Israele era stato scelto per essere al servizio dei popoli pagani doveva portare le benedizioni promesse ad Abramo a tutti popoli. Ricordiamo cosa Dio, aveva detto Abramo: “in te, si diranno benedette tutte le famiglie della terra”. Questo il grande compito di Israele: portare queste benedizioni a tutte le nazioni a tutti gli uomini. Ecco, questa missione adesso si realizza attraverso gli undici che, ripeto, siamo noi!

Secondo compito: battezzare. Non significa amministrare il sacramento del battesimo. Quello è importante, indubbiamente, ma cosa significa battezzare tutti questi popoli” nel nome del Padre, del figlio e dello Spirito” battezzare il termine greco “Baptizo” significa immergere. Ci sono due verbi in greco che significano immergere: uno Bapto e un altro Baptizo.

Bapto significa immergere e poi tirar fuori, come quando io lavo una stoviglia. Bapto la immergo nella coppella e un certo tempo, lo tiro fuori.

Baptizo significa immergere e lasciar dentro, quello che noi facciamo quando prepariamo i sottaceti, noi li battezziamo nell’aceto, cioè li lasciamo dentro.

Ecco quello che noi siamo chiamati a fare: non semplicemente compiere un rito battesimale, che è molto importante, e che è segno dell’immersione nella vita della trinità. Chi è battezzato nella trinità è coinvolto in questa vita di amore, che è solo amore, che è quella di Dio, che è Padre Figlio e poi questa immersione viene celebrata con quel segno, con quel rito che è quello del battesimo.

E la terza missione; insegnare a osservare tutto quello che lui ha insegnato, e quindi la missione non è quella di predicare nuove dottrine, ma di rivelare il volto di Dio e il volto dell’uomo, che noi abbiamo visto in Gesù di Nazareth e quindi si tratta di insegnare una pratica.

Cosa c’è bisogno di praticare? Quello che lui ha insegnato il suo comandamento. Questo comandamento è quello dell’amore. Com’è che si insegna, com’è che si ammaestra? Con le parole, si annuncia quello che Gesù ha detto ma questo annuncio è fatto attraverso la vita di queste persone, quando un pagano incontra un cristiano. L’annuncio viene fatto attraverso la sua stessa persona.

Lo ricordiamo in quello che dice Pietro, nella prima lettera, cap. secondo, quanto dice: “amatissimi la vostra condotta fra i pagani sia bella, perché mentre vi calunniano, come malfattori, vedendo le vostre opere belle, diano gloria a Dio”. È la vita bella, la bellezza è irresistibile se il cristiano l’annuncia con la sua vita. Tutti coloro che lo vedono dicono: questo è un uomo bello, che rispecchia la bellezza che brilla sul volto di Gesù di Nazareth. È così che siamo chiamati a fare questo annuncio di una vita completamente nuova, di una umanità nuova. Anche l’evangelista Matteo (5,16) ci ricorda quello che Gesù ha detto: voi siete la luce del mondo – ha detto ai discepoli – risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedendo le vostre opere belle, (traducono sempre con buone, ma no, le opere belle) rendano gloria a Dio”. Sono queste opere belle che annunciano l’uomo nuovo che è nato, l’uomo nuovo nel mondo e quindi Gesù dice a questi discepoli, dice a tutti noi: sentitevi i responsabili della vita e della felicità e della salvezza dei vostri fratelli.

La conclusione del Vangelo secondo Matteo è una frase stupenda del Risorto: “Io sono con voi tutti i giorni, sino al compimento dell’era presente, fino alla fine della storia dell’umanità”. Lui sarà sempre con noi. Eccolo il Dio che non è lontano, ma è Dio che è sempre accanto a noi.

Oggi è la festa dell’Ascensione.

Noi abbiamo nella mente l’immagine dell’Ascensione, così come viene presentata, negli Atti degli apostoli, da Luca e anche alla conclusione del Vangelo secondo Marco. Hanno impiegato un’immagine, comprensibile nel mondo ellenistico, cioè Dio abita in cielo e quindi entrare nella gloria di Dio ed è rappresentato con questa immagine di salire verso il cielo.

L’evangelista Matteo ci presenta l’ascensione di Gesù, cioè l’ingresso di Gesù nella gloria, non come una salita verso il cielo, ma con una discesa con questa comunità di discepoli per entrare nel mondo e presentare con loro il volto nuovo e bello di Dio, il volto bello, dell’uomo riuscito, l’uomo che è figlio di Dio.

Auguro a tutti una buona Pasqua e una buona settimana.

 
 
 

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