2ª DOMENICA DOPO NATALE
- don Luigi

- 2 gen
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Dal libro del Siracide (24,1-2.8-12)
La sapienza fa il proprio elogio,
in Dio trova il proprio vanto,
in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria.
Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca,
dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria,
in mezzo al suo popolo viene esaltata,
nella santa assemblea viene ammirata,
nella moltitudine degli eletti trova la sua lode
e tra i benedetti è benedetta, mentre dice:
«Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine,
colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda
e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe
e prendi eredità in Israele,
affonda le tue radici tra i miei eletti” .
Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato,
per tutta l’eternità non verrò meno.
Nella tenda santa davanti a lui ho officiato
e così mi sono stabilita in Sion.
Nella città che egli ama mi ha fatto abitare
e in Gerusalemme è il mio potere.
Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso,
nella porzione del Signore è la mia eredità,
nell’assemblea dei santi ho preso dimora».
Oggi ho pensato di cogliere il messaggio spirituale per la festa odierna, dalla prima lettura, che è presa dal “Libro del Siracide”, un libro molto apprezzato dalla tradizione ebraica e molto letto nella chiesa antica. Chi era “Ben Sirach o Siracide”? Era un maestro di sapienza vissuto a Gerusalemme all’inizio del II secolo avanti Cristo, aveva aperto una scuola in Gerusalemme per educare i giovani alla sapienza di Israele. Ben Sirach era un saggio e quando nella Bibbia si parla di sapienza non si intende l’erudizione, la cultura, le conoscenze tecniche e scientifiche… sapiente era l’uomo che agiva con sensatezza, che sapeva fare le scelte giuste nella vita; per questo, non solo in Israele, ma in tutto l’antico Medio Oriente, nulla era più apprezzato della sapienza perché colui che sapeva comportarsi in ogni momento, in ogni circostanza da vero uomo, costui era l’uomo saggio.
Ricordiamo come era coltivata questa sapienza dell’antico Medioriente, uno degli amici di Giobbe, Elifaz, veniva da Teman che era la terra dove la sapienza era valutata più delle perle. Ricordiamo poi, il celebre sogno di Salomone, là sull’altura di Gabon, quando Dio gli aveva detto: “Salomone, chiedimi ciò che vuoi” e Salomone non ebbe esitazioni, non chiese la ricchezza, la vittoria contro i nemici, la fama, il successo… Salomone chiese la sapienza.
Il libro della Sapienza mette sulla sua bocca le ragioni della scelta che aveva fatto “non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro, al suo confronto, è come un po’ di sabbia e di fronte a lei l’argento è valutato come fango. L’amai più della salute e della bellezza, ho preferito lei alla stessa luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta e insieme a lei, mi sono venuti tutti i beni”.
Ricchezza, onore, vita felice, sono il risultato di una vita guidata dalla sapienza, dono di Dio, difatti Salomone conclude: “anche il più perfetto degli uomini, privo della sapienza, sarebbe stimato nulla”. Dove andare a prendere questa sapienza che guida la vita di una persona? Già qui noi potremmo fare un’applicazione alla nostra vita… ci interessa qualcosa la sapienza? Cioè il saper vivere, dare un senso alla nostra esistenza, oppure ci ripieghiamo sulle realtà di questo mondo e mettiamo da parte la ricerca dei valori su cui puntare, il senso da dare a tutta la nostra vita?
Cosa ci stiamo a fare in questo mondo? Se noi rimuoviamo questo interrogativo, rinunciamo a ciò che ci caratterizza come uomini, il vivere seguendo la sapienza. Dove trovare questo tesoro? Qual era il sogno dei giovani di Gerusalemme del tempo di Ben Sirach? Credo che il loro sogno era andare a studiare ad Atene, dove si poteva apprendere la filosofia degli stoici e degli epicurei, oppure ad Alessandria d’Egitto, dove si poteva contemplare il faro di Alessandria, che era una delle sette meraviglie del mondo poi c’era la grande biblioteca che raccoglieva tutta la sapienza.
Il sogno dei giovani di Gerusalemme era certamente di andare a studiare, apprendere la sapienza in queste città famose. Il Siracide, nel suo libro non disprezza mai la saggezza presente fra i pagani, ma vuole che i suoi alunni prendano coscienza del fatto che nel loro popolo, è presente una sapienza superiore, la Sapienza che è stata donata da Dio. Gli uomini ricercano la sapienza, ma se questa sapienza viene da Dio, è rivelata da lui, allora quella è una sapienza su cui si può puntare davvero la propria vita.
Come ha offerto Dio questo dono? Lo ha offerto anzitutto nel creato, infatti, ha fatto tutte le cose con sapienza; lo ricordiamo nel Libro della Genesi “Dio vide che tutto ciò che aveva fatto era bello” L’ha fatto con sapienza, con un obiettivo, ha preparato bene la casa per i suoi figli. Dice il Libro dei Proverbi: “il Signore ha fondato la terra con sapienza ogni creatura ha un posto ben preciso nel suo progetto”. Siccome questo universo è fatto con sapienza, l’uomo può coglierla e cogliere il progetto che Dio ha sul creato e sul l’uomo, il re di questa creazione.
Chi è che coglie questa sapienza? Lo scienziato studia le leggi che regolano il creato e ha come obiettivo porre le creature al servizio dell’uomo; bellissimo ciò che lui fa, ma se non è un credente, lui non si interesserà alla sapienza, cioè non cercherà il disegno del Creatore, le creature non gli parleranno di Dio e del suo amore, lui cercherà di fruirle e basta è il suo compito, il compito dello scienziato. Non è lo scienziato, è il contemplativo colui che sa cogliere il messaggio di amore che il Padre del cielo gli ha inviato attraverso la bellezza delle sue creature, che ha fatto con sapienza.
Chi scopre il disegno che lui ha sul mondo, scopre anche la sapienza con cui lui lo ha fatto! Ricordiamo ciò che dice Libro dei Proverbi quando lui “stabiliva al mare i suoi limiti… quando disponeva le fondamenta della terra…” la sapienza, era con lui come artefice. È la Sapienza che voi vedete abbracciata dal Creatore nello stupendo affresco della Cappella Sistina nel momento in cui il Creatore forma il primo uomo; osservate come con la sinistra abbraccia una ragazza… è la sapienza con cui lui ha fatto tutte le creature.
Il linguaggio del creato, tutti lo possono ascoltare e capire, non è misterioso, il Salmo 19 dice: “i cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento, per tutta la terra si diffonde il loro annuncio e fino ai confini del mondo, il loro messaggio”. Bisogna però avere l’orecchio fine, saper ascoltare questo linguaggio ed è il contemplativo che lo coglie. Gli antichi erano forse più uomini di noi quando sapevano ascoltare il canto delle stelle, il dialogo d’amore degli astri, nel Libro del profeta Baruc: “colui che manda la luce (il Creatore) ed essa corre, la chiama ed essa gli obbedisce con tremore, le stelle brillano nei loro posti di guardia e gioiscono, egli le chiama e loro rispondono”. Ecco queste stelle che puntualmente seguono l’ordine che il Creatore ha dato loro e brillano di gioia per colui che le ha create; bellissima questa immagine poetica, lo scintillio delle stelle è letto, da questo contemplativo, come un inno di gioia al Creatore che le ha fatte.
Giobbe al capitolo 12 dice: “interroga le bestie e ti istruiranno, gli uccelli del cielo e ti informeranno, i rettili del suolo e ti insegneranno, i pesci del mare e ti racconteranno”. Quanti verbi del linguaggio, il creato che parla nelle vesti di uccelli, nei rettili, nei pesci del mare… Con tanti maestri, come puoi non capire che la mano del Signore ha fatto tutto questo? Ecco l’invito che ci viene fatto: accogliere la sapienza con cui Dio ha fatto tutte le creature e allora sapremo come collocarci in questa creazione!
Sentiamo adesso come il Siracide ci presenta la sapienza, non con ragionamenti, la personifica e siccome in ebraico sapienza si dice “Hohmàh” ed è femminile, anche in greco “Sofia” è femminile come anche in italiano, la sapienza lui la presenta come una donna, che sa di essere bella, attraente e essendo una ragazza avvenente, vuole attirare su di sé l’attenzione di tutti, vuole che la si abbracci come una sposa, come colei che può rendere felice la vita di chi la accoglie nella propria casa.
Ascoltiamo: La Sapienza fa il proprio elogio, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria.
Nell’Assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria.
In mezzo al suo popolo viene esaltata, nella Santa Assemblea viene ammirata.
Nella moltitudine degli eletti trova la sua lode, tra i benedetti è benedetta.
È una bella ragazza la sapienza, a chi si offre in sposa? Ce lo dice il testo, al popolo d’Israele che viene chiamato: “Assemblea dell’Altissimo”, “le sue schiere”, “la Santa Assemblea”, “la moltitudine degli eletti”, “la gente benedetta”. È questo popolo il destinatario di una sapienza che, venendo dal cielo, è ben superiore a quella dei filosofi di Atene o di Alessandria.
Il Libro del Siracide è stato composto quando la cultura ellenistica si stava diffondendo nel mondo intero, era insegnata in tutte le scuole e anche i giovani di Gerusalemme rischiavano di rimanerne sedotti. C’erano tante cose belle in questa sapienza che era insegnata nelle scuole del tempo ellenistico, ma anche tanti aspetti oscuri e negativi; il Siracide vuole mettere in guardia i suoi alunni dal pericolo che nelle loro coscienze si infiltrino proposte morali pagane, concezioni idolatriche del mondo e della vita. Teme che si innamorino a tal punto della sapienza ellenistica, da ripudiare la sapienza del popolo eletto. Per descrivere l’innamoramento che Salomone ha avuto per la sapienza, l’autore sacro ricorre addirittura alla terminologia dell’eros che è rarissima nella Bibbia greca.
Dice Salomone: “è lei che io ho amato e corteggiato fin dalla mia giovinezza, ho bramato di farla mia sposa, mi sono innamorato della sua bellezza”. La convinzione che il Siracide vuole inculcare nei suoi alunni è questa, solo chi sposa la sapienza dei Libri Santi di Israele, è in grado poi di discernere ciò che di buono e di bello contiene la cultura greco romana. Prima tu devi essere innamorato di questa sposa che è la sapienza di Israele, poi saprai valutare anche la bellezza delle altre ragazze, ma non perderai la testa per loro perché tu sei completamente coinvolto dalla sapienza di Israele.
Direi che questo è un messaggio di grande attualità per noi oggi e quindi lo cogliamo. Ci sono tante sapienze, tante concezioni di vita che oggi si presentano come belle, attraenti e sono molti quelli che ne rimangono sedotti; sono disposti, – e questo è il pericolo – scoprono delle cose belle che ci sono nelle sapienze, che ci sono attorno a loro, il buddismo, l’induismo, il musulmanesimo, che hanno tanti aspetti umanizzanti… qual è il pericolo? Di perdere la testa per queste sapienze e dimenticare quella sapienza a cui forse, fin dalla propria infanzia, hanno legato la loro vita.
La sapienza del Vangelo è quella per noi cristiani; come mai si perde la testa per queste sapienze e si è capaci addirittura di divorziare dalla sapienza del Vangelo? È esattamente quello che accade nell’amore sponsale, la stanchezza di un rapporto coniugale, la difficoltà di relazionarsi con i fratelli di fede, l’incapacità di mantenere vivo l’interesse per il tesoro che ci è stato consegnato… non si è scoperto, non si è preso coscienza di aver ricevuto un tesoro – forse anche a causa di una presentazione infelice della sapienza del Vangelo – allora molti sono attratti da altre sapienze, da altri umanesimi e accantonano, trascurano, dimenticano, mettono da parte la sapienza che dovrebbe guidare la loro vita.
E allora se uno non mantiene vivo l’interesse per questa sposa che è la sapienza del Vangelo, allora viene attratto da altri interessi nella propria vita.
Dopo essersi presentata al popolo eletto che ha avuto la fortuna di poter contemplare la bellezza di questa sapienza adesso lei prende la parola. Ascoltiamo cosa ci dice: Il Creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele.
Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato; per tutta l’eternità non verrò meno.
La tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion.
Nella città che egli ama mi ha fatto abitare; e in Gerusalemme è il mio potere.
Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore, è la mia eredità. Nell’assemblea dei Santi ho preso dimora.
La sapienza, questa stupenda ragazza, adesso ci dice con chi si è sposata: con il popolo d’Israele. Dio aveva offerto la sua sapienza a tutti i popoli, ma soltanto Israele ha capito quanto era bella e l’ha sposata. La sapienza qui identifica sé stessa, con la Torah, la Parola di Dio, che Dio ha rivolto al suo popolo. Torah deriva dal verbo ebraico “Yarah” che significa lanciare una freccia, cioè indicare la direzione, la direzione giusta nella vita, quella che ti porta alla meta, alla realizzazione di te stesso.
Peccato “hattà”, vuol dire sbagliare bersaglio! Uno punta sul bersaglio di accumulare denaro… ha sbagliato bersaglio nella vita, è peccato! Uno ha puntato al successo, alla carriera a tutti i costi, anche imbrogliando, è peccato… ha sbagliato bersaglio! La Torah indica la direzione giusta, eccola la sapienza che se ti prende per mano, ti conduce alla meta e la sapienza di Dio si è installata come sposa in Israele. Ben Sirach è un figlio di questo popolo che trova l’espressione visibile dalla sapienza proprio nel rotolo della legge. Difatti questo rotolo per un israelita, è molto più di un oggetto materiale, di un libro e noi lo vediamo oggi, quando nella sinagoga viene estratto “dall’Aron Kodesh” – “Arca Santa” – il “rotolo della Torah”, tutti si alzano in piedi, poi si inchinano, cantano di gioia e cercano di toccare quel rotolo, di baciarlo.
L’amore per questa sposa, rappresentata dal “rotolo della Legge” lo si vede ancora più nitido nella festa chiamata “Simchat Torah” cioè la “gioia della Torah”. Viene celebrata in autunno subito dopo la “festa delle capanne”, è il giorno in cui si chiude l’anno liturgico nel quale è stata letta tutta la Torah; al mattino nella Sinagoga, si legge prima l’ultimo capitolo del Libro del Deuteronomio, libro che chiude la Torah e poi si legge il primo capitolo del Libro della Genesi, perché inizia il nuovo anno liturgico.
A questo punto iniziano i canti, le danze nelle quali si abbracciano i rotoli della Torah come uno sposo abbraccia la sposa e poi l’assemblea non rimane lì nella sinagoga, esce per le strade danzando, cantando e stringendo fra le braccia il rotolo della Torah. Colui che legge il brano del Deuteronomio oppure il brano del Libro della Genesi, se è un uomo è chiamato “hattana Torah” che significa lo “sposo della Torah”; se è una donna è chiamata “kalata Torah”, cioè la sposa della Torah. L’immagine più bella delle tenerezze che questa sapienza concede al suo popolo è proprio quella dell’amore sponsale, difatti il salmista del Salmo 119 dice: “quanto amo la tua Legge o Signore, se la tua Legge non fosse la mia delizia, io sarei perduto nella mia miseria, – come lo sposo che ha avuto la fortuna di trovare una donna meravigliosa – se io non avessi incontrato te nella mia vita, la mia vita non avrebbe avuto alcun senso”.
A questo punto però ci chiediamo: davvero la Torah donata a Israele conteneva tutta la sapienza di Dio? Si era mostrata in tutta la sua bellezza? La risposta è no! Dio aveva una manifestazione completa della sua sapienza, non in un libro, ma in una persona; è quella persona di cui ci parla il brano evangelico di oggi, la rivelazione della sapienza di Dio è in Gesù di Nazareth. Lui è venuto per rivelarci tutto l’amore del Padre del cielo, tutta la bellezza del volto di Dio, quel volto che noi avevamo deturpato con le nostre concezioni, con le nostre immagini di Dio che incutevano addirittura paura, no! Gesù di Nazareth è la sapienza che ci rivela il volto di Dio ed è la sapienza incarnata, cioè l’uomo riuscito; non dobbiamo più guardare un libro per cogliere la sapienza, la bellezza di questa sapienza… quando contempliamo Gesù di Nazareth, noi contempliamo lo splendore della sapienza di Dio!
È questa sapienza che adesso noi siamo invitati ad abbracciare perché ci conduce a una realizzazione piena della nostra vita, ci fa diventare e vivere da figli di Dio.



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