3ª DOMENICA DI PASQUA
- don Luigi

- 17 apr
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Dal vangelo secondo Luca (24, 13-35)
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Per cogliere il messaggio del brano evangelico di oggi, uno dei più belli del Nuovo Testamento, credo sia utile collocarlo nel tempo e nel luogo dove con tutta probabilità è stato composto. L’autore è Luca, un medico di Antiochia che si era convertito a Cristo una decina di anni dopo la Pasqua e poi, era andato a stabilirsi a Filippi, una città molto ricca della Macedonia. Lì, Paolo aveva fondato una Comunità alla quale poi era molto affezionato, anche perché oltre ad essere molto fervorosa era anche generosa, ha sempre aiutato Paolo nei suoi viaggi e nella sua attività apostolica.
Sullo sfondo ho collocato quella maestosa Agorà di Filippi e vorrei che notaste, ad est di questa agorà, un luogo che vi viene indicato che è molto importante, la biblioteca di Filippi. Vi vengono mostrate anche le sale di questa biblioteca, ci insisto perché Luca, che è vissuto a Filippi per parecchi anni, ha trascorso certamente molti giorni in quelle sale, perché era un appassionato lettore di libri classici.
Per comprendere il messaggio di questo brano, dobbiamo richiamare alla mente la situazione nella quale stanno vivendo i cristiani delle Comunità di Luca, perché è per rispondere agli interrogativi che loro hanno nel cuore che Luca compone questo racconto dei “due discepoli di Èmmaus”.
Che situazione c’è? È un momento di crisi, è il tempo di Domiziano, “la bestia” di cui parla l’Apocalisse; i cristiani sono emarginati, discriminati, subiscono soprusi e molti non resistono, lasciano la Comunità, tornano alla vita pagana. Del resto, la città di Filippi si prestava a un ritorno ai piaceri di questo mondo… una città ricca, c’erano le miniere d’oro del Monte Pangeo, la pianura fertilissima irrigata dal fiume Zugaktis. Questo è primo contesto in cui va collocato questo brano, ma poi sono passati sessant’anni dalla Pasqua, siamo alla terza generazione di cristiani e comincia la stanchezza, quasi tutti coloro che hanno conosciuto Gesù di Nazareth sono scomparsi. I cristiani delle Comunità di Luca, di Filippi, concretamente, si pongono l’interrogativo: “Non sarà possibile anche per noi incontrare il Risorto?” “Come potremmo altrimenti testimoniare che egli è vivo se noi non l’abbiamo mai visto con i nostri occhi, non l’abbiamo mai toccato con le nostre mani, non ci siamo mai seduti a tavola con Lui?” Dobbiamo forse accontentarci di credere a ciò che altri ci hanno raccontato, dato che si tratta di testimoni attendibili, ma dare un’adesione a Cristo perché sono attendibili coloro che ci testimoniano ciò che Lui ha fatto, è sufficiente per un’adesione di fede? Questa sarebbe la conclusione di un ragionamento di buon senso, la fede è un coinvolgimento che ci fa innamorare di una persona, ci fa innamorare di Cristo, ma perché scatti l’innamoramento non basta aver sentito il racconto di cose meravigliose che Lui ha fatto, bisogna fare un’esperienza personale di un incontro con Lui in modo che si arrivi a quell’attrattiva che porta a legare la nostra vita alla sua.
Luca ci è simpatico, per quale ragione? Perché Luca è uno di noi, lui non ha mai incontrato Gesù di Nazareth come non l’abbiamo incontrato noi, si è convertito a Cristo perché ha sentito parlare di Cristo dagli Apostoli. In fondo, ha conosciuto Cristo come lo conosciamo anche noi, attraverso i Vangeli che ci riferiscono ciò che gli Apostoli hanno raccontato anche a Luca, ma basta questo racconto per far scattare l’innamoramento per Cristo?
La risposta è no! Ci vuole un incontro personale con Lui, l’esperienza del Risorto! Proviamo a rileggere l’incontro dei due discepoli di Emmaus con il Risorto come una parabola dell’esperienza che Luca ha fatto e che anche noi siamo chiamati a fare. Del resto noi sentiremo nel racconto che ci sono due discepoli che vanno verso Emmaus, uno si chiama Cleopa, l’altro è senza nome; in quel discepolo senza nome, possiamo vedere l’esperienza spirituale che ha fatto Luca, lui ha fatto l’esperienza dell’incontro con il Risorto e ce la propone perché anche noi la possiamo fare.
Chi sono i due discepoli di Emmaus? Sono due dei loro, cioè due che appartengono al gruppo più vicino Gesù, due discepoli che noi chiameremmo oggi nelle nostre Comunità “la gente impegnata”, quella che ha partecipato a incontri, corsi, quella su cui si poteva fare affidamento, sempre disponibili… proprio loro, lasciano Gerusalemme, abbandonano la Comunità e se ne vanno per i fatti loro. Chi sono? Uno è Cleopa, l’altro… come mai Luca non ci dice come si chiamava, lo aveva dimenticato? No! Altrimenti non ci avrebbe detto neanche il primo di nome, il secondo discepolo, quello senza nome, è un chiaro invito di Luca ai cristiani delle sue Comunità a mettere il proprio nome e a percorrere quel cammino che fa Cleopa per giungere a vedere il Risorto, a vedere quel Gesù di Nazareth risorto che cammina al fianco della Comunità, ma gli occhi dei discepoli non sono capaci di vederlo, di vedere la sua presenza accanto al discepolo. Se ne vanno, perché?
Perché è momento di crisi, esattamente quello che sta accadendo a Filippi, è un momento di delusione, le attese del regno di Dio che era stato annunciato dai profeti sono andate tragicamente deluse; si allontanano, vanno per proprio conto, perché sono convinti che non valga la pena continuare a sperare in un mondo nuovo che è stato annunciato e che invece pare che sia fallito. È la situazione dei cristiani delle Comunità di Luca e diciamo anche che è la nostra situazione della Chiesa di oggi, dove vediamo, come a Filippi, che ci sono tanti abbandoni.
Molti a Filippi si facevano beffe delle attese e continuavano a coltivare della venuta del Signore che ci viene riferita nella lettera di Pietro, questa espressione beffarda dove la promessa della sua venuta, dal giorno in cui i nostri padri hanno chiuso gli occhi, tutto rimane come all’inizio del mondo, non cambia niente, meglio ripiegarsi sui problemi concreti di questa vita. Come i due discepoli di Emmaus anche molti cristiani della Comunità di Luca se ne vanno per i fatti loro e direi è ciò che accade anche nella nostra Chiesa di oggi.
Il luogo dove sono diretti… Emmaus. Se ne vanno perché hanno perso ogni speranza! Che cosa accade lungo la via? Conversavano l’un l’altro su ciò che era accaduto e “discutevano”, il verbo greco è “sūnzettein” vuol dire proprio “si accapigliavano”. Come mai questo? Sono due amici, si, sono delusi, ma vale la pena accapigliarsi? Perché accade questo? Si ributtano l’un con l’altro il proprio malumore, non sono felici di aver abbandonato la Comunità, ma ognuno cerca la ragione del fallimento perché non si rassegnano… un po’ come oggi, ci si allontana dalla Comunità, magari perché non ci piace, ci sono delle cose che non dovrebbero esserci e poi si comincia a darsi la colpa gli uni con gli altri, la colpa è dei conservatori, no la colpa degli innovatori…
La fuga non dà mai nessuna gioia, se loro avessero fatto pace con se stessi e avessero detto: “Bene, l’esperienza è finita male, pazienza! Adesso piantiamola con l’amarezza, non litighiamo, non continuiamo a cercare delle soluzioni che non ci sono, andiamo per la nostra strada”. Tante volte succede che quando le cose non vanno bene si cercano sempre i colpevoli, si addita qualcuno che ha sbagliato perché il senso di amarezza e di scontentezza vuole sfogarsi; è ciò che noi sentiamo anche oggi di qualche cristiano, molti forse, anche gente molto impegnata, che ha lasciato la Comunità, fuori non è contenta e continua sfogarsi accusando delle situazioni o delle persone che hanno provocato questa loro delusione. Io direi che fa onore a queste persone, il fatto di essere vulnerabili da questa sofferenza, perché se loro non provassero questo dolore vorrebbe dire che non avevano mai amato la causa, se fossero persone indifferenti farebbero presto a consolarsi, ma vorrebbe dire che non ci tenevano molto alla vita della Comunità ecclesiale.
Mentre sono in cammino Gesù si accosta. È una situazione di amarezza, ma Gesù è presente al loro fianco anche se i loro occhi sono trattenuti dal riconoscerlo. Non c’è stato alcun miracolo, non è che Gesù ha voluto fare poi la sorpresa di farsi vedere, no! Lui ha sempre camminato accanto a questi discepoli, sono i loro occhi che erano impediti a vederlo. Siamo noi quei due che continuano ad amare la Comunità cristiana, ma siamo anche arrabbiati per ciò che accade perché le cose non vanno come noi ci aspetteremmo e allora sentiamo di essere soli, dimentichiamo che Gesù è il nostro fianco perché c’è, ma sono i nostri occhi che non riescono a vederlo.
Proviamo a pensare come ci saremmo rivolti noi ai due discepoli che si sono allontanati da Gerusalemme. Credo che noi avremmo fatto subito un discorso molto chiaro e avremo detto loro: “Vi state sbagliando, cosa vi passa per la mente, tornate a Gerusalemme!”. La pedagogia di Gesù è diversa, Lui si trova di fronte a persone ferite, amareggiate, perché hanno amato Cristo, hanno amato il progetto nel quale loro si erano sentiti coinvolti e adesso sono delusi. Gesù vuole far venir fuori la ragione per cui sono tristi e fa una domanda molto bella: “ma di che tipo sono queste parole che vi ribattete tra di voi?” Il verbo greco è bello, “antiballein” vuol dire “scagliarsi dei dardi” gli uni con gli altri.
Direi che anche noi ci troviamo di fronte a dei fratelli che si sono allontanati dalla Comunità e che sono amareggiati perché è successo qualcosa che li ha resi tristi, sono persone innamorate di Cristo, della Chiesa, non coloro che non sono mai stati profondamente legati alla fede, qualcosa di molto aleatorio, molto superficiale, no! Sono persone innamorate che hanno avuto l’amarezza di veder crollare i loro sogni e se ne sono andati. Quando si incontrano queste persone, ci vuole la pedagogia impiegata da Gesù, far venir fuori la loro tristezza. Infatti si fermano, con il volto scuro e rispondono a Gesù in un modo poco cortese: “ma tu solo sei straniero, non sai queste cose, ma dove vivi?” È un po’ ciò che rispondono coloro che si sono allontanati oggi dalla Comunità ecclesiale, ti dicono: “Ma non vedi cosa sta accadendo nel mondo?” “Non vedi cosa sta accadendo nella Chiesa?” “Questa Chiesa che non si apre alla proposta che fa il Vangelo e quindi non è pronta per fare dei salti di qualità per diventare più evangelica… dove vivi?”. Ecco, questa tristezza delle persone innamorate di Cristo, bisogna farla venir fuori!
Loro rispondono alla domanda che ha fatto Gesù, praticamente recitando “il Credo”: Gesù di Nazareth, che era un uomo profeta, potente in opere e in parole, che ha predicato l’amore, ma poi è stato consegnato ai sacerdoti e ai capi ed è stato crocifisso. Questo termine “crocifisso” vuol dire “pendendo dal palo è un maledetto da Dio”. Questo è ciò che li amareggia, perché era un giusto, ma il Deuteronomio dice “maledetto colui che è appeso a un albero” ed è ciò che i capi religiosi hanno voluto, proprio per mostrare che Gesù non era un martire, era un maledetto da Dio come dice la Scrittura. Questi due conoscono la vita di Gesù, le cose belle che ha fatto, il messaggio meraviglioso che ha predicato, manca la risurrezione… quando manca questa fede nel Risorto, le sconfitte rimangono sconfitte, la vita termina con la morte ed è una tragedia senza senso.
Questa è l’oscurità in cui questi due si stanno muovendo! E continuano: “Noi speravamo che Lui era sul punto di riscattare Israele”. Questo è il primo errore che loro stanno facendo, si aspettavano un “Messia trionfatore”, non si erano lasciati minimamente scalfire nelle loro concezioni tradizionali. Gesù aveva parlato del regno di Dio, ma non quello che loro avevano in mente, loro pensavano al “regno dei dominatori” e Gesù predicava il “regno dei servi”. Loro continuano ad attendere la risurrezione del defunto regno di Israele, cercano il potere quando Gesù ha parlato del servizio e hanno visto crollare i loro sogni. Ecco la prima ragione della loro delusione, direi che anche oggi, molti quando lasciano la Comunità cristiana è perché non hanno visto realizzate le loro speranze; quando si sente dire: “A che cosa serve rimanere nella Comunità cristiana, pregare, quando io devo risolvere i problemi come tutti gli altri, il cielo non è che mi fa risparmiare certe sventure o certi problemi, io devo affrontare la vita come tutti gli altri… e allora che serve andare in chiesa?” Ecco il primo errore! I nostri sogni coincidono con quelli del regno di Dio? Le nostre delusioni potrebbero dipendere da questo!
Secondo errore che stanno facendo questi due. Qualcuno aveva cominciato a vedere qualcosa, ma loro hanno preferito chiudere il discorso e non pensarci più. Pensiamo, nella situazione ecclesiale in cui noi stiamo vivendo, che qualcuno sta vedendo un futuro e una primavera più evangelica della Chiesa e qualche altro invece, si allontana senza speranza, non verifica se i profeti che oggi sono presenti nella Comunità hanno già visto un futuro meraviglioso, splendente della vita della Chiesa. Loro preferiscono allontanarsi senza verificare, si rassegnano e le loro speranze sono tramontate. Continuano: “non solo le donne, ma anche alcuni di quelli che sono con noi sono andati al sepolcro, hanno trovato quello che hanno detto le donne ma Lui non l’hanno visto”.
Terzo errore loro si sono allontanati mentre quegli altri hanno continuato a credere, sono rimasti a Gerusalemme pur non avendo visto il Risorto. Un gruppo ha continuato a cercare la luce, loro se ne sono andati. Non è che coloro che sono rimasti a Gerusalemme soffrivano meno dei due di Emmaus, ma non sono scappati.
Adesso Gesù progressivamente apre la mente e il cuore di questi due. Con la sua domanda, Gesù è riuscito far venir fuori dal cuore dei due le ragioni della loro amarezza, ma ha fatto emergere anche gli errori che hanno commesso. Adesso che cosa fa? Impiega parole dure, stolti, aridi di cuore a capire ciò che avevano detto i profeti. C’è rimprovero, ma poi spiega anche il motivo per cui sono arrivati allo stato di amarezza e di confusione religiosa, sono arrivati lì perché hanno dimenticato di leggere gli eventi alla luce della Parola di Dio.
Adesso Gesù apre loro la mente alle Scritture, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, interpreta loro ciò che era accaduto. Gli avvenimenti rimangono gli stessi, ma un conto è che vengano letti alla luce dei criteri degli uomini o alla luce della Parola di Dio, cambiano completamente significato e si capisce che anche gli eventi drammatici rientrano in un disegno del Signore, quando sono letti alla luce della Parola di Dio. È la Parola di Dio che svela il mistero!
Questi due, non avendo capito la Bibbia, non vedono ciò che è accaduto con lo sguardo di Dio, è per questo che Gesù li chiama “insensati, duri di cuore”. Il cammino della croce è inconcepibile se lo si vede secondo i criteri di questo mondo, un fallimento, ma visto alla luce di Dio, la vita donata è quella realmente gloriosa. Arriva il momento in cui i due aprono gli occhi e vedono il Risorto. Il Risorto era sempre stato a fianco dei due che erano in cammino, erano i loro occhi che erano impediti di vederlo a causa degli errori che avevano commesso. Arrivano a Emmaus e notiamo che l’evangelista evita ogni dettaglio di cronaca, per esempio non dice che hanno incontrato i familiari, che si sono salutati… i protagonisti rimangono gli stessi. Luca sta facendo catechesi, sta raccontando come lui ha visto il Risorto e come i cristiani delle sue comunità e noi oggi, siamo invitati a vederlo.
“È sera, il giorno è ormai al tramonto”, è l’ora in cui nelle Comunità di Luca si celebrava l’Eucarestia, lo “spezzare del pane nel giorno del Signore”. “Spezzare del pane” era l’espressione tecnica con cui, nelle Comunità di Luca, si definiva l’Eucarestia. Il richiamo alla Celebrazione Eucaristica, qui è proprio esplicito, il misterioso viandante pare proprio che abbia presieduto a una solenne “liturgia della Parola” quando, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiega le Scritture e poi fa anche una bella omelia, quelle omelie che scaldano davvero il cuore.
Quando nella Celebrazione Eucaristica c’è anzitutto una Celebrazione della Parola che scalda il cuore, quando si spezza il pane, ecco che gli occhi si aprono e si riconosce la presenza del Risorto. In quel pane, in quel vino c’è la presentazione di tutta una vita donata e quando la si contempla, ci si rende conto che è vero! Ne facciamo anche noi l’esperienza quando ascoltiamo una Parola che infiamma il cuore, noi diciamo: è vero ciò che stiamo ascoltando! Quando nel pane spezzato vediamo la vita donata per amore, noi sentiamo una voce dentro che ci dice: la vita donata non finisce in una tomba, ma finisce nella gloria della vita di Dio, nella risurrezione.
È quello il momento in cui vediamo il Risorto! Chi non è illuminato dalle Scritture, può pensare che la nostra è un’illusione, ma chi è preparato dalla Parola di Dio sa che è tutto vero, che non è un’illusione. I due si dicono l’un l’altro: “non era forse il nostro cuore ardente, quando lungo il cammino ci apriva le Scritture?” Non si meravigliano di non vederlo più con gli occhi materiali, ma c’è stato il momento che di fronte a quel pane spezzato che indica la vita donata, gli occhi si sono aperti perché hanno ricevuto la luce che diceva loro: È vero che la vita donata è quella che entra nel mondo di Dio! A questo punto divengono Apostoli, tornano nella Comunità per annunciare ai fratelli l’esperienza del Risorto che loro hanno fatto e insieme con loro proclamano la loro fede: “davvero il Signore è risorto”.



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