4ª DOMENICA DI AVVENTO
- don Luigi

- 19 dic 2025
- Tempo di lettura: 13 min
Dal vangelo secondo Matteo (1,18-24)
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
Oggi non è l’annunciazione a Maria che ci viene presentata nel brano evangelico, ma l’annunciazione a Giuseppe e ci viene raccontata dall’evangelista Matteo. Ascoltando e leggendo questi due racconti, siamo sempre portati a porci delle domande perché desidereremmo avere anche altre informazioni sull’accaduto e vorremmo sapere esattamente come si sono svolti i fatti. Siamo sempre tentati di fondere i due racconti come se si trattasse di reportage di due giornalisti in cui uno, completa le informazioni dell’altro; commetteremmo un grave errore perché i due evangelisti non hanno redatto due pagine di cronaca, ma due pagine di teologia. Il loro obiettivo non è darci delle informazioni dettagliate su come si sono svolti i fatti, non lo sapremo mai. Quello che gli evangelisti ci vogliono dire è chi è il figlio di Maria, sposa di Giuseppe. Ne va della nostra vita sapere chi è questo Gesù di Nazareth, che proposta di uomo lui ci fa e che senso ha la vita di chi segue la sua proposta… questo è decisivo per la nostra vita! Per comprendere il messaggio che Matteo ci vuole comunicare nel brano di oggi, dobbiamo tenere presente quali erano le attese del popolo d’Israele. Quasi 10 secoli prima di Cristo, il profeta Natan aveva promesso a Davide, già avanti negli anni, che la sua dinastia sarebbe durata per sempre e gli aveva detto che il Signore avrebbe consegnato a un suo figlio un regno universale, eterno, che non sarebbe mai tramontato.
I profeti, lungo i secoli, hanno sempre mantenuto viva, in Israele, l’attesa di questo figlio di Davide. Hanno sempre sperato che il Signore, un giorno invierà un Messia che cambierà radicalmente la storia del suo popolo e del mondo. Al tempo di Gesù, tutti attendevano vivamente questo Messia, anche perché le cose non andavano bene, ma i vari gruppi, le varie filosofie, com’erano chiamate, lo immaginavano in un modo molto diverso, i sadducei per esempio, erano i sacerdoti del tempio, i ricchi, si aspettavano un sacerdote che avrebbe eseguito alla perfezione il culto del tempio, lo avrebbe rinnovato in meglio; i farisei, che tutti noi conosciamo molto bene, dicevano che il Messia sarebbe stato un osservante rigoroso della Torah e avrebbe distinto molto bene i buoni dai malvagi, coloro che osservano la legge di Dio e coloro che la rifiutano e naturalmente, avrebbe fatto pulizia; gli esseni avevano un po’ le idee del Battista, dicevano che il Messia avrebbe fatto scomparire i malvagi, i figli delle tenebre e sarebbe stato la guida dei figli della luce; poi c’erano gli zeloti, quelli che volevano liberare la loro nazione dal potere romano, per loro il Messia era un guerriero come lo era stato Davide ed era questo il Messia che loro attendevano.
Tutti costoro saranno colti di sorpresa, anche il Battista, perché Gesù non corrisponderà a nessuno dei Messia attesi, sarà la sorpresa di Dio. Lui rifiuterà la violenza, non coltiverà ambizioni politiche, non sarà affatto il giustiziere annunciato dai farisei e nemmeno il sacerdote del culto praticato dai sadducei nel tempio, anzi purificherà il tempio, non sarà questa la religione, il rapporto che Dio vuole avere con il suo popolo. Matteo, l’autore a cui è attribuito questo Vangelo, ha seguito Gesù di Nazareth durante la vita pubblica per tre anni e quando scrive il suo Vangelo, conosce tutto ciò che è accaduto, tutta la rivelazione che Gesù è venuto a portare nel mondo, sa cosa ha insegnato, sa qual è stata la sua proposta di uomo, la sua vita, sa che agli occhi del mondo è finito male, però ha fatto anche l’esperienza della Pasqua. Nel racconto che ci fa dell’annuncio a Giuseppe, ha già presente tutta la storia della vita di Gesù.
Al tempo di Gesù il matrimonio avveniva in due tappe, la prima “qiddushin” o “erusin”, era lo scambio formale dei consensi, era il contratto che veniva stipulato fra i due sposi davanti ai genitori e a due testimoni, veniva stabilita la dote chiamata “mohar” e normalmente questa contrattazione poteva durare anche qualche giorno. Al termine di questa contrattazione i due sposi andavano sotto la tenda la “huppàh” e lì veniva firmato il contratto matrimoniale, la famosa “ketubah” e al termine di tutto, l’uomo prendeva il “talit”, lo scialle della preghiera, lo poneva sul capo della sposa e diceva: “tu ora sei mia moglie” e la sposa rispondeva: “e tu sei mio marito”. Da quel momento i due erano marito e moglie, però non andavano a vivere insieme. In genere lasciavano passare un anno. Per quale motivo? Anzitutto perché erano giovani, in genere la ragazza aveva sui 13 anni e il ragazzo 16 – 17 anni, quindi era opportuno che maturassero ancora un po’, poi c’era anche un’altra ragione, era il tempo in cui le due famiglie si dovevano conoscere un po’ meglio perché se non fossero andate d’accordo, sarebbero sorti problemi nella coppia e se i problemi fossero stati gravi, sarebbe stato meglio che i due sposi si separassero prima che ci fossero di mezzo dei figli. Passato questo anno di attesa, veniva organizzata una grande festa chiamata “nissuin”, la sposa veniva trasferita nella casa dello sposo e cominciavano la vita comune. È stato durante questo intervallo che Maria è rimasta incinta per opera di Spirito Santo.
Lo Spirito non rappresenta l’elemento maschile, del resto in ebraico “ruah” è femminile e “pneuma” in greco è neutro, nulla di maschile quindi; è la forza divina creatrice che troviamo nel Libro della Genesi all’inizio del mondo, quando lo Spirito creatore aleggiava sulle acque: Spirito, Potenza, Soffio Divino creatore. Come mai, sia Luca che Matteo, mettono in risalto che il concepimento di Gesù non è avvenuto per l’intervento di un padre umano? Ci insistono tutti e due gli evangelisti. Per comprenderlo dobbiamo tenere presente la cultura semitica, allora cogliamo il messaggio di questa decisione che Dio ha avuto, di ricorrere a un atto creativo per far germogliare nel grembo di Maria il figlio di Dio. In ebraico non esiste il termine “genitori” oggi si impiega “horim” ma nella Bibbia questa parola non c’è perché il genitore era uno solo, non due! Era il padre! La madre era ritenuta una specie di incubatrice che faceva crescere il figlio del marito nel suo grembo, ma lei non ci metteva nulla, il figlio era del padre. Anche nei Vangeli troviamo questa concezione, Marco dice: “si accostò a Gesù, la madre dei figli di Zebedeo”. I figli Giacomo e Giovanni erano solo di Zebedeo, lei era solo la madre dei figli di Zebedeo.
Seconda cosa che dobbiamo tenere presente, è che nel mondo semitico, quando si dice figlio di un certo uomo, più che generato da lui, si dice somigliante a lui, questo era il significato della paternità. Il figlio era riconosciuto dal padre quando gli assomigliava non tanto nelle fattezze esteriori, ma nei valori che il figlio aveva assimilato, la concezione di vita che gli era stata inculcata dal padre. Era tutto questo umano, che il padre voleva veder riflesso nel figlio! La decisione divina di ricorrere a un atto creativo per far germogliare, nel grembo di Maria il figlio di Dio, ha proprio questo significato. Il Signore ha voluto dare un segno per mettere in risalto il fatto che suo figlio, Gesù di Nazareth, sarebbe stato la sua perfetta immagine e vedendo lui, noi avremmo visto il volto del Padre del cielo. Per questo motivo ha voluto dare anche questo segno, che Gesù di Nazareth aveva come padre colui al quale lui perfettamente assomigliava, solo quello del cielo.
A questo punto entra in scena il padre terreno, Giuseppe, lo sposo di Maria. Nel racconto di Matteo non c’è assolutamente nulla che faccia pensare Giuseppe triste. Se si vuole fare qualche supposizione, la cosa più logica è pensare che Giuseppe abbia saputo fin dall’inizio che il bambino che Maria portava in grembo era stato concepito per opera di una forza creatrice divina, tuttavia Giuseppe non sa ancora cosa è chiamato a fare con la sua sposa e con il bambino generato in lei da Dio. Vuole capire qual è la sua posizione, cosa vuole Dio da lui. Il Vangelo ci dice che Giuseppe è un giusto. Cosa si intende con questo aggettivo? Nella Bibbia, “giusto” significa che è una persona coerente con la propria fede, un osservante della legge di Dio, la Torah è per lui il punto di riferimento di ogni scelta, come lo è per ogni pio israelita. Giuseppe sa che la Torah stabilisce che lui dovrebbe dichiarare pubblicamente che figlio non è suo e, dice il testo, “non voleva accusarla pubblicamente e ha pensato di ripudiarla in segreto”. È difficile capire come uno può ripudiare in segreto, lo vengono a sapere tutti; per capire il testo dobbiamo sistemare la traduzione “non voleva esporla a pubblico spettacolo”. Giuseppe non sa come muoversi e allora decise non di ripudiarla, ma di “lasciarla libera”… quindi che cosa ha deciso di fare Giuseppe? Ha riflettuto e dice: non voglio fare del clamore, ma lascio libera la mia sposa, perché non so come collocarmi accanto a lei, non so cosa Dio voglia da me. Giuseppe non voleva che si facesse del clamore su questo fatto, decide semplicemente di lasciarla libera. Lui come uomo non doveva dare le ragioni della sua scelta, poteva essere che ci aveva ripensato quindi lui la lasciava libera perché non vedeva nessuna via di uscita se non quella di farsi da parte, senza clamore. Giuseppe non sa quale sarà la sua posizione, cosa Dio vuole da lui e parlarne pubblicamente sarebbe stato impossibile perché nessuno avrebbe capito il mistero di ciò che era accaduto in Maria.
Adesso, in questa situazione, come rivela Dio a Giuseppe la vocazione alla quale è stato chiamato? Sentiamo: Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Per introdurre la rivelazione di Dio a Giuseppe, l’evangelista Matteo impiega due immagini bibliche, “Angelo del Signore” e “il sogno”. “Angelo del Signore”… noi siamo soliti raffigurare questi personaggi che vengono dal cielo, con le ali, naturalmente senza scarpe e senza sandali perché volano, mai nei dipinti compaiono con le calzature. Sono immagini belle, commoventi, dolci, ma “angelo del Signore”, nell’Antico e nel Nuovo Testamento, è una forma letteraria che viene impiegata per dire che il Signore stesso, è intervenuto per comunicare all’uomo la sua volontà, o per intervenire in favore degli uomini.
Nel nostro testo, “angelo del Signore” non significa altro che questo. Giuseppe si stava interrogando sulle decisioni da prendere, stava riflettendo e chiedeva certamente a Dio la luce, perché essendo giusto lui voleva compiere la volontà del Signore, a un certo punto, ha colto chiaramente ciò che Dio voleva da lui! “Angelo del Signore” significa che ha avuto la certezza che l’illuminazione che aveva ricevuto, veniva da Dio! Adesso sapeva cosa era chiamato a fare in sintonia con il volere del Signore. Anche il sogno, la seconda immagine, non va intesa in senso reale, l’evangelista Matteo ricorda altre due volte i sogni di Giuseppe, quando l’angelo del Signore gli dice di andare in Egitto e poi, quando l’angelo del Signore dice di ritornare nella terra di Israele. Il sogno è una metafora, è l’immagine con cui l’evangelista vuole dirci che Giuseppe ha avuto una rivelazione dalla volontà di Dio e questo, non mentre dormiva naturalmente, ma quando era ben sveglio. Oggi diremmo che era in preghiera cioè, mentre cercava di leggere alla luce di Dio, il momento delicato che stava attraversando nella sua vita. Giuseppe ha udito la voce del Signore nel proprio cuore perché era un giusto, aveva il cuore puro, sensibile alla voce del Signore!
Questo messaggio è importante per noi, perché come questa persona, che ha voluto essere sempre in sintonia con il volere del Signore, che non ha fatto delle scelte con la sua testa ma ha voluto ascoltare ciò che il Signore gli diceva, anche noi nella nostra vita, dovremmo sempre muoverci in questo modo… cercare sempre “cosa vuole Dio da me?” e l’angelo del Signore, quando ci rivolgiamo a lui, certamente ci viene a parlare. Cosa ha detto l’Angelo del Signore a Giuseppe? “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere in sposa Maria”. Il timore di Giuseppe era quello di chi si trova di fronte a un mistero che lo supera; temeva di intromettersi nel disegno di Dio e di non sapere come muoversi, che cosa fare. Ecco, ha capito che era chiamato ad essere lo sposo di Maria, ha capito che come padre, doveva dare il nome al figlio di Maria e che doveva chiamarlo Gesù. Yehoshu’a in aramaico, una aramaizzazione dell’ebraico Joshua che significa Giosuè, è lo stesso nome.
Viene anche detto per quale ragione è stato scelto questo nome per il figlio di Maria, perché nel nome c’è la radice “iasha” che significa salvezza, salvare, Dio salva. C’erano molti personaggi in quel tempo che avevano questo nome, Joshua o Yehoshu’a perché era il tempo in cui in Israele si aspettava il Messia che fosse come Giosuè, un liberatore del suo popolo, aspettavano la liberazione dagli occupanti romani e lo storico Giuseppe Flavio, ricorda ben 19 personaggi delle sue storie, che portavano questo nome, Joshua. “Il Signore salva”, di che salvezza si parla? In Israele non ci si aspettava certo la salvezza dal peccato, ci si aspettava la salvezza dai romani, invece l’evangelista Matteo spiega questo testo dicendo: “Gesù è colui che salva dal peccato”, di che salvezza si tratta? Peccato, “khattà” in ebraico significa “sbagliare il bersaglio”. Qual è l’obiettivo, il bersaglio al quale noi puntiamo in tutta la nostra vita? Noi vogliamo la gioia, vogliamo essere felici, vogliamo realizzare in pienezza la nostra vita umana; il peccato vuol dire sbagliare questo obiettivo. Quand’è che noi sbagliamo bersaglio? Per esempio quando l’obiettivo della nostra vita è l’accumulo di denaro senza farsi troppi scrupoli, quando viviamo abbandonandoci e cercando disperatamente il piacere e solo il piacere, quando ci abbandoniamo a dissolutezze, quando pensiamo di sentirci realizzati come uomini se riusciamo a dominare, a imporci sugli altri… sbagliamo il bersaglio. Questo errore ci viene perché noi ascoltiamo le nostre pulsioni, i nostri istinti, che ci vengono in fondo dal pre-umano e non ci lasciamo guidare dallo Spirito del Signore… sbagliamo il bersaglio.
Quando noi commettiamo questo errore, il Signore non è che ci punisce perché abbiamo disobbedito ai suoi ordini, lui non ci dà ordini, lui ci indica il cammino della gioia e della felicità, se noi non lo seguiamo lui non ci castiga; è il peccato stesso che ci castiga perché ci disumanizza! Gesù è venuto in questo mondo per salvarci dalla disumanizzazione alla quale ci portano le nostre scelte se non sono in sintonia con la parola di Dio; ci salva quindi dai nostri fallimenti, dallo sbagliare strada, dalle scelte insensate nella ricerca della felicità illusoria, sbagliare l’obiettivo. Gesù ci libera dal peccato, non dalle conseguenze delle nostre colpe, vuole proprio eliminare alla radice questo orientamento sbagliato che ci porta a non realizzare la nostra vita. Ora noi conosciamo il nome con cui Dio vuole essere chiamato, perché Gesù è venuto a rivelarci il volto del Padre del cielo, è nato da un atto creativo di Dio che voleva proprio mettere in risalto questo: è il figlio del Padre del cielo e il Padre del cielo è riflesso in questo nome che lui ha dato al figlio “Colui che salva”.
Giuseppe è il primo che ha riconosciuto questo vero nome di Dio, “Colui che salva”, Dio è salvezza, questa è l’identità di Dio. Adesso l’evangelista Matteo non poteva che fare riferimento alla realizzazione delle Scritture, sentiamo: Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
La conclusione del racconto dell’annunciazione a Giuseppe è solenne, perché l’evento è tanto straordinario e inatteso, che l’evangelista sente il bisogno di presentare la realizzazione di una profezia. Matteo ha a disposizione un oracolo significativo pronunciato dal profeta Isaia nell’8° secolo avanti Cristo; il profeta aveva detto: “ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio”. Cosa intendeva dire? Si stava rivolgendo al re di Gerusalemme, Acaz, il quale era spaventato perché c’erano i nemici che avevano circondato la città e temeva che la sua dinastia sarebbe finita per sempre. Il profeta gli dice: “la tua sposa avrà un figlio e sarà chiamato Emmanuele”. Tu lo chiamerai Emmanuele, che significa Dio con noi, intendeva dire al re di non avere paura, Dio ha promesso di stare sempre con il suo popolo e di proteggere la sua dinastia… “Emmanuele, Dio è con noi”. Infatti poi nascerà questo figlio e i nemici non riusciranno a conquistare la città di Gerusalemme. Come mai l’evangelista Matteo cita questa profezia riferendola a Maria? Il figlio di Maria sarà il vero Emmanuele, non il figlio di Acaz che sarà chiamato Hezekiah.
Sarà chiamato Gesù da Giuseppe ma, dice l’evangelista, “tutte le nazioni lo chiameranno Emmanuele”, cioè riconosceranno in Gesù la presenza con noi dello stesso Dio! In Maria si è realizzata pienamente questa profezia, perché il figlio di Maria non è altro che l’Unigenito del Padre che si è rivestito della nostra umanità, non che si è rivestito di muscoli, si è fatto pienamente uno di noi! Ha provato i nostri sentimenti, le nostre emozioni, le nostre passioni, ha sperimentato le nostre gioie, i nostri affetti, le nostre delusioni, ha sperimentato i tradimenti, i nostri dolori, ha sperimentato la morte! Facendosi uno di noi, l’Unigenito del Padre, si è fatto mortale! Ecco davvero il “Dio con noi”, nessun’altra religione ha questa immagine di Dio, un Dio che ci ha amato tanto da essere “l’Emmanuele” “il Dio con noi”.
È questo il mistero che siamo invitati a contemplare in questo tempo del Natale.



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