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5ª DOMENICA DI QUARESIMA

  • Immagine del redattore: don Luigi
    don Luigi
  • 20 mar
  • Tempo di lettura: 19 min

Dal vangelo secondo Giovanni (11, 1- 45)

Che cosa accade a coloro che incontrano Cristo nella loro vita? Ce lo ha detto il Vangelo della scorsa domenica, aprono gli occhi, vedono il mondo, la famiglia, il denaro, gli amici in un modo diverso da come li vedevano prima; hanno una luce, vedono dove stanno andando perché hanno gli occhi aperti adesso, ma rimane un interrogativo: “dove sto andando?” Cristo mi ha aperto gli occhi e quando io seguo la luce del Vangelo divento certamente una persona bella, assomiglio a Cristo, ma rimane l’interrogativo: “qual è il destino ultimo della mia vita?” Se vogliamo essere uomini dobbiamo porci questa domanda: “cos’è la nostra vita? È un breve cammino verso la tomba?” Se questo fosse il nostro destino ci chiediamo se vale la pena nascere… e poi ancora: “Varrebbe la pena mettere al mondo dei figli per poi consegnarli a quel mostro che è la morte?” “E se c’è un Dio che ci avrebbe fatti con questo destino, starebbe ad osservarci mentre andiamo verso la tomba?” Sarebbe un Dio crudele! La nostra cultura ci porta a rimuovere il pensiero della morte, anche i cristiani sono segnati da questa cultura e non amano riflettere sul destino ultimo, lo ritengono anche loro di cattivo gusto. Spesso infatti, anche i cristiani riducono la fede in Cristo a un rivolgergli preghiere affinché intervenga per tirare avanti il più possibile con questa vita biologica e quando non concede quelle grazie o quei miracoli che vengono richiesti, si dice: “ma allora a che serve la fede se Dio poi non mi aiuta quando sono messo alle strette da questo mostro che è la morte?” Cerchiamo sempre di dilazionare questo momento, non pensiamo al senso ultimo della nostra vita… l’interrogativo è inevitabile. “Io sprofonderò in un abisso buio e silenzioso, lo Sheol, poi rimango lì e tutto si dissolverà nel nulla dal quale provengo; il mondo continuerà dopo di me tranquillamente.” È proprio questo nulla che è difficile da accettare perché noi sentiamo di essere fatti per la vita, per l’infinito. Dio ci ha fatti per la vita! Che risposta dà Gesù a questa domanda? Se Gesù non risponde a questo interrogativo, il resto del Vangelo è una cosa bella e ci aiuta a vivere, ma manca la risposta all’interrogativo che più ci angoscia… “dove vado finire io al termine della mia vita?

Oggi la liturgia ci propone il Vangelo di quella che impropriamente è chiamata la risurrezione di Lazzaro. Dobbiamo fare molta attenzione perché il tema è delicato, l’evangelista non ha voluto redigere una cronaca di un fatto e chi lo interpretasse in questo modo, si troverebbe poi a confrontarsi con degli interrogativi a cui non potrebbe rispondere. È possibile ad esempio, che dopo che Gesù ha risuscitato davvero Lazzaro, come viene descritto in questo episodio del Vangelo secondo Giovanni, che a nessuno sia venuto in mente di dire a Gesù: “giacché hai risuscitato Lazzaro, guarda, c’è un mio parente che è morto qualche giorno fa, fai uscire anche lui.” Non vorrei fare delle battute, ma è importante accostarsi a questo testo che non è cronaca, è una pagina di teologia composta dall’evangelista Giovanni, partendo probabilmente da una guarigione significativa operata da Gesù, ma il messaggio è quello di dare la risposta all’interrogativo di un attimo fa.

Per comprendere questa pagina dobbiamo premettere una distinzione fra risurrezione e rianimazione. Dicevo che non è esatto chiamare risurrezione quella di Lazzaro, è una rianimazione e per comprendere immaginiamo tre mondi: Il primo mondo, quello dove noi ci troviamo, dove viviamo, cresciamo e lavoriamo, ci diamo da fare, ci facciamo una famiglia… è il nostro mondo. Non è il nostro destino ultimo, lo sappiamo, a un certo punto bisogna entrare in un secondo mondo che gli ebrei chiamavano lo Sheol, quella grotta che sembrava proprio una bocca. Sheol viene dal verbo shaal = ci chiama… chiama tutti a entrare nel secondo mondo. Se qualcuno riesce a tirarmi fuori da questo secondo mondo e mi riporta nel primo, non è risurrezione, è rianimazione; mi riporta in questa realtà in cui sono abituato a vivere, con il guaio che poi devo morire una seconda volta, devo tornare in questo secondo mondo, quello dei morti, dello Sheol. Risuscitare non vuol dire tornare di qui, perché poi la morte torna a riprendersi la preda, non è una vittoria sulla morte questa. Quando Gesù compie dei segni, bisogna comprendere che messaggio ci vuole dare, quale vittoria lui è capace di ottenere contro la morte. Vittoria sulla morte è introdurre chi è entrato nel secondo mondo, nel terzo mondo, quello di Dio. Tutti dobbiamo passare da questo regno dei morti, perché questa è la condizione dell’uomo, ma non è definitiva, questo ce lo ha detto Gesù, non lo sapevamo prima, magari i più saggi lo intuivano, ma non ne avevamo la certezza.

Gesù ce lo ha detto e nella Pasqua poi ha sfondato la porta dello Sheol e introdotto tutti nel terzo mondo che è il mondo di Dio. Quando si risorge, significa che siamo entrati nel terzo mondo, quello di Dio dove si è rivestiti del corpo nuovo, il corpo spirituale, incorruttibile come lo chiama Paolo, di cui non si viene più spogliati e non si può tornare di nuovo in questo mondo. Capiamo allora che Lazzaro non è andato nel terzo mondo e quindi non è risorto, perché se fosse risorto non tornava più indietro, è stato rianimato. Non sappiamo in che situazione si trovasse, ma la realtà è che è stato riportato in questo mondo. Se Lazzaro fosse davvero risorto, cioè fosse entrato nel mondo di Dio, non gli avrebbero fatto un gran favore a riportarlo di qui, per dover poi ripercorrere lo stesso cammino, morire una seconda volta e poi davvero risorgere definitivamente.

Dove è ambientato questo episodio? Lo sentiremo, Gesù si trova a Betabara, lo vedete sullo sfondo, e vedete anche il Mar Morto, è una foto aerea molto molto bella. Gesù si trova là dove era stato battezzato insieme con i suoi discepolied è lì che sentiremo tra poco, riceve la notizia di Lazzaro che sta male. Notate anche che vi viene indicato dove si trova Betania. Betania si trova a 3 km da Gerusalemme, la potete notare lì, prima di arrivare sul monte degli olivi, dove comincia, quando si scende, il deserto di Giuda. Vi viene mostrato anche il tempio di Gerusalemme, così riuscite a localizzare dove è posto questo episodio molto importante che ci è raccontato nel Vangelo secondo Giovanni. Vi vene mostrata anche una foto del villaggio di Betania com’era verso la fine dell’800; il villaggio del tempo di Gesù non era molto diverso da quello che voi vedete. Era il villaggio che Gesù frequentava spesso perché lì c’era una famiglia da lui molto amata, composta da due sorelle e un fratello, come tra poco noi sentiamo.

Ascoltiamo l’inizio del brano evangelico: “Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro”. Il racconto inizia introducendo una famiglia un po’ particolare, non ci sono mariti, mogli, genitori, figli… solo fratelli e sorelle. Una delle sorelle, Maria, è ricordata per avere cosparso del profumo di nardo il Signore. Il nardo nella Bibbia indica l’amore. Che cosa fa questa sorella? Dona tutto ciò che ha senza condizioni, senza riserve per il Signore. È esattamente ciò che Gesù chiede a ogni suo discepolo, l’amore incondizionato per il fratello. Lazzaro, che dovrebbe essere il protagonista, ha un ruolo estremamente marginale, secondario, viene ricordato solo come il fratello di Maria e di Marta. C’è un’altra caratteristica di questa famiglia, è composta solo da fratelli e sorelle, i suoi membri sono legati da un rapporto d’amore con Gesù. Quando le sorelle mandano a dire a Gesù che Lazzaro è malato, non dicono Lazzaro è malato, colui che tu ami è malato, e dopo si ricorderà che Gesù amava Marta, Maria e Lazzaro. Quando i giudei, davanti alla tomba di Lazzaro, vedono Gesù che scoppia in pianto, dicono: “guarda come lo amava”.

A questo punto risulta chiaro il significato che l’evangelista Giovanni intende dare a questa famiglia, non è altro che l’immagine della comunità cristiana nella quale non ci sono superiori, inferiori, padri, maestri… sono tutti fratelli e sorelle immensamente amati dal Signore. Diciamolo subito così ci orientiamo meglio… siamo di fronte alla comunità cristiana nella quale muore un fratello e questa comunità si interroga: Gesù può fare qualcosa quando un fratello muore? Noi vorremmo trattenerlo sempre con noi e quindi chiederemmo a Gesù di intervenire per vincere la morte, conservarcelo sempre. Questo non è possibile, ma quando un fratello muore, può fare ancora qualcosa Gesù? Questo è l’interrogativo. Quando Gesù ha ricevuto questa notizia che colui che lui ama è malato, dice: “questa infermità non è per la morte, ma per la gloria di Dio”. Con queste prime parole lui sta preparando il messaggio che noi coglieremo poi in tutto il racconto, l’infermità che porta alla morte biologica, per Gesù, non è un’infermità per la morte; la morte biologica per Gesù non tocca la vita dell’uomo, non è per la morte, ma perché si manifesti la gloria di Dio. La gloria di Dio è la manifestazione di quanto lui ami l’uomo! Quando noi guardiamo il creato, ci rendiamo conto che Dio ha amato l’uomo, ha preparato una casa bella… cogliamo l’amore… ma cosa riserva per noi? A un certo punto, se vogliamo cogliere tutto l’amore che Dio ha per l’uomo, vogliamo sapere che cosa ha in serbo ancora per noi, al di là di questa vita biologica. Ecco quello che Gesù dice, questa infermità che porta alla morte biologica non è per la morte, ma perché l’uomo, passando attraverso la morte, possa scoprire la sorpresa meravigliosa che Dio ha in serbo per lui. È proprio passando attraverso la morte che si rivelerà quanto Dio ami l’uomo e diciamo anche che non è possibile immaginare che ci sia qualcosa di meglio di ciò che Dio ha preparato per noi.

Sentiamo cosa fa Gesù dopo aver saputo dell’infermità di questo fratello della comunità che lui ama: “Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo (= Gemello), disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

Noi ci saremmo aspettati che, ricevuta la notizia della malattia di Lazzaro, Gesù partisse immediatamente per Betania, invece si ferma altri due giorni dove si trova. Questo suo comportamento farà arrabbiare le due sorelle che lo rimprovereranno: “se tu fossi stato qui nostro fratello non sarebbe morto. “Come mai Gesù si è comportato in questo modo? È un messaggio importante per le nostre comunità cristiane, lasciando morire Lazzaro, Gesù ci dice che non è venuto a impedire la morte biologica, non è suo compito interrompere il decorso naturale della vita dell’uomo. Noi ricorriamo spesso a Dio per questo motivo, quando ci troviamo in difficoltà, lo invochiamo perché lui ci mantenga in questa vita… non è suo compito prolungare forse un’interminabile vecchiaia, no! L’immortalità biologica non è possibile, l’uomo per sua natura, il suo destino è quello di essere mortale e Dio non interviene per modificare quella che è la natura dell’uomo, non lo può fare.

“Gesù dice ai discepoli andiamo in Giudea e aggiunge “il nostro amico Lazzaro dorme, ma io vado a risvegliarlo”. È un’immagine che poi diverrà comune fra i cristiani, quella della morte come un sonno, per un risveglio. Paolo, per esempio, scrivendo ai Tessalonicesi dice: non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza riguardo a coloro che sono dormienti. Lo stesso termine cimitero che noi impieghiamo, viene da coimeterion termine greco che deriva poi dal verbo coimaumai, che significa addormentarsi. È un’immagine molto inadeguata, ma che è impiegata per dire che la morte biologica non è una morte, è per un risveglio. I primi cristiani venivano sepolti insieme con i pagani all’inizio, ma poi hanno sentito il bisogno di stare insieme come erano stati insieme quando erano viventi in questo mondo, volevano rimanere insieme anche nella morte e chiamavano il luogo della sepoltura in cui si trovavano insieme, coimeterion, questo dormitorio nell’attesa di un risveglio, questo passaggio dalla vita alla vita. Poi Gesù dice: il nostro amico Lazzaro è morto. Quel sonno è la morte. E Gesù si avvia verso Betania, ma noteremo un fatto strano, che Gesù non entra nel villaggio, si ferma prima e attende lì che tutti escano fuori verso di lui.

Ascoltiamo: “Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betania distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Quando Gesù giunge nei pressi di Betania, nota l’evangelista, Lazzaro era morto da quattro giorni. Quel numero quattro indica una morte definitiva, loro andavano a visitare il sepolcro per tre giorni per vedere se c’era ancora qualche segno di vita, ma il quarto giorno si rassegnavano… è morto. Che cosa accade a Betania di fronte a questa morte? L’evangelista dice che i giudei andavano da Maria e da Marta per consolarle per la morte del fratello. Andavano a fare le condoglianze come facciamo noi, cioè ripetere quelle frasi che in fondo non consolano nessuno… coraggio, la vita continua, sono sempre i migliori che se ne vanno, sarà sempre nel nostro ricordo, nessuno muore finché qualcuno lo conserva nel proprio cuore… In queste situazioni direi, forse più che le parole, meglio il silenzio, questa partecipazione al dolore intimo, intenso che si manifesta nel pianto. Poi ci sono naturalmente i riti di commiato che noi vediamo anche fra i non credenti, quindi magari la lettura di qualche poesia o di qualche canto che era amato dalla persona che ci ha lasciato… è un modo per dire: la morte ha voluto portarcelo via, ma noi in qualche modo lo tratteniamo qui. È un modo di superare questo trauma della perdita di una persona cara.

Che cosa accade adesso? Gesù non entra nel villaggio, Marta quando sa che viene Gesù gli va incontro, mentre Maria rimane seduta in casa. Quando Marta incontra il Maestro lo rimprovera, non si getta ai suoi piedi come invece poi farà Maria, si arrabbia con Gesù: “Tu avresti dovuto essere qui per fare ciò che potevi per questa unica vita nella quale noi crediamo”. Se Dio esiste, perché non interviene quando noi abbiamo bisogno? Questo sarebbe il Dio che noi vorremmo. Gesù non è intervenuto e Marta dice a Gesù: “però io so che se tu chiederai qualcosa a Dio, lui te lo concederà”. Che cosa ha in mente Marta? Certamente il ricordo dei grandi profeti Elia, Eliseo… che avevano rianimato dei bambini, il figlio della donna di Sarepta, il figlio della famiglia di Sunem… però si trattava di una rianimazione di bambini che erano appena spirati; Lazzaro invece è morto da quattro giorni. Che cosa può fare Gesù?

Marta ricorre a lui perché pensa ancora che la vita sia questa e solo questa. Gesù le risponde: “Tuo fratello risorgerà”. Nella concezione farisaica, che chiaramente Marta condivide, c’era la convinzione che quando fosse giunto il regno di Dio, i giusti sarebbero risorti, cioè tornati a questa vita per godere di questo mondo nuovo quindi Marta dice a Gesù: mio fratello essendo uno dei giusti certamente risorgerà in quel tempo… Questa risurrezione non consola nessuno. Stiamo attenti a non proiettare anche noi nel futuro, la risurrezione di cui parla Gesù; quando si entra, come dicevo prima, nel secondo mondo, quello del regno dei morti, non si rimane lì, si entra immediatamente nel terzo mondo perché Gesù ha spalancato la porta di questo sepolcro e non per tornare di qui, ma per entrare nel mondo di Dio.

Ecco che cosa Gesù dice a Marta: “io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore, vive!”. Marta crede nel Dio che risuscita i morti, Gesù invece parla del Dio che dona una vita che non muore, che va al di là della morte biologica. “Chi crede in me ha la vita eterna” ha già detto Gesù e “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita”. È la vita dell’Eterno che non è toccata dalla vita biologica quindi, chi muore in realtà non muore, entra con la sua vita divina che gli è stata data, nel mondo e nella casa del Padre. Continua Gesù: “Chiunque vive e crede in me non morrà in eterno”. Gesù sposta la risurrezione nel presente, ma risurrezione non rianimazione, quindi un ingresso immediato nel mondo di Dio. Gesù non è venuto a risuscitare cadaveri, ma a donare ai viventi una vita che non muore!

Che cosa significa? Qui dobbiamo ricorrere a qualche immagine e credo che la più bella sia quella di pensare a due gemelli nel grembo della madre. I due gemelli non hanno alcuna idea della vita che li aspetta, sono felici di avere il loro cordone ombelicale e per loro, lasciare quella vita è la morte; ora immaginiamo che uno dei gemelli nasce, che cosa pensa il gemello che è rimasto nel grembo materno? “Mio fratello è morto”. In realtà non è morto, è entrato in una vita completamente diversa, ma è uscito da quel piccolo mondo nel quale, a un certo punto stava troppo stretto; esattamente quello che accade a noi dopo forse una lunga vecchiaia desideriamo un’altra vita, desideriamo un altro mondo… quello che Paolo dice nella lettera a Timoteo: “oramai è giunto per me il momento di sciogliere le vele”, cioè di uscire da questo mondo e di andare verso altri lidi. La fede ci permette di vedere la morte e il passaggio da questo mondo a un mondo definitivo, come un momento doloroso, drammatico, ma benedetto perché ci permette di contemplare poi, faccia a faccia quel Dio che è Padre e Madre. Il bambino che è nel grembo materno, non può contemplare il volto di sua madre, soltanto quando esce da questa forma di vita si trova di fronte al volto della madre; solo così noi potremmo contemplare il volto di Dio, quando passeremo dalla vita… alla vita. C’è un detto bello di Lao tse che dice: “ciò che per il bruco è la fine del mondo, per il resto del mondo è una farfalla” Il bruco non muore, scompare come bruco, ma continua a vivere come farfalla.

Marta risponde a Gesù dicendo: “Io credo che tu sei Cristo, il figlio di Dio che viene nel mondo”. Gesù ha condotto Marta a capire che senso ha la morte di un fratello; Marta ha accolto la luce che la Parola di Gesù ha dato a questo avvenimento doloroso che sta vivendo e ha dato la propria adesione a questa luce. Come conseguenza vedremo che mentre tutti piangono, i giudei, Maria… Marta non piangerà. La sorella Maria, è ancora nel villaggio e adesso Marta va a invitarla a fare la sua stessa esperienza, a uscire dal villaggio dove tutti stanno piangendo, dove ci sono solo parole che tentano di consolare, ma non danno la consolazione vera, il senso all’avvenimento doloroso che stanno vivendo.

Marta invita Maria ad uscire dal villaggio e ad andare incontro a Gesù, ascoltiamo: “Marta andò a chiamare Maria, sua sorella, e sottovoce le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva far sì che costui non morisse?».

Nell’incontro con Gesù, Marta ha ricevuto una nuova luce. Adesso non vede più la morte del fratello, come la vedeva prima e vuole che anche sua sorella faccia la stessa esperienza. Marta va a Betania e dice a Maria: “Il Maestro è qui e ti chiama” Gesù era rimasto là dove Marta lo aveva incontrato; questo è molto strano come cronaca, come mai Gesù non va a Betania per incontrare Maria nella sua casa, oppure non va alla tomba di Lazzaro? Dal punto di vista teologico, il significato è che Gesù vuole che tutti escano da quel villaggio, che lascino quella concezione della morte come fine di tutto, che fa soltanto piangere. Richiamo il dettaglio, Marta vuole che anche Maria faccia la sua esperienza e le parla di nascosto, lathra in greco vuol dire sottovoce. Certe esperienze spirituali non possono essere urlate, devono essere comunicate sottovoce in un dialogo personale, in un contesto adatto, non può essere in un dibattito televisivo. Notiamo anche che all’incontro con questa luce di Cristo non si arriva tutti in contemporanea, qualche fratello e qualche sorella arrivano prima e poi comunicano la loro esperienza anche agli altri fratelli, perché anche loro possano avere la stessa luce. Maria esce dal villaggio e con lei escono anche tutti i giudei; è bello che adesso escono tutti da Betania e vanno l’incontro con Gesù.

Maria si getta ai piedi di Gesù e come sua sorella lo rimprovera perché ha ancora questa concezione della morte come fine di tutto e chi non impedisce questa morte, se poteva fare qualcosa, deve essere rimproverato. Gesù quando vede Maria piangere freme nel suo spirito. Che cosa significa questo? Gesù freme, questa concezione della morte che fa piangere e basta è pericolosissima perché se uno pensa che la morte sia la fine di tutto, non può vivere da uomo. Vivere da uomini significa donare la propria vita, amare e chi pensa che la morte è la fine di tutto cerca di trattenersi la vita, non la dona. Ecco perché Gesù freme di fronte a questa concezione dei giudei e ancora di Maria. Gesù chiede dove l’avete posto? È la domanda che viene fatta anche a noi di fronte a un fratello che è morto, dove lo ponete? Lo ponete nel cimitero, come se questo fosse il suo ultimo destino?

La risposta che danno a Gesù: vieni e vedi dove l’abbiamo posto. Gli uomini collocano l’uomo morto in una tomba. Gesù versa lacrime, non si dice scoppiò a piangere, no! Scoppiò a piangere in greco si dice klaiein, mai gli viene usato un verbo stupendo, dakruein che significa scorrono le lacrime, non le puoi controllare, è il dolore di Gesù di fronte alla morte di un amico. È esattamente l’esperienza che ogni uomo fa ma c’è un modo diverso di piangere davanti alla morte, quello disperato, klaiein strapparsi i capelli perché è la fine di tutto; il dakruein è diverso, non possono non scendere le lacrime quando si perde una persona cara, ma non è il pianto di coloro che non hanno speranza. La morte è sempre un avvenimento tragico e drammatico che va vissuto con rispetto, con dolore solidale che si esprime nelle lacrime, ma chi ha incontrato Cristo piange in un modo diverso.

L’osservazione che fanno i giudei è vedi quanto lo amava, è quell’amore che di fronte alla perdita di un amico provoca le lacrime. I giudei fanno un’osservazione: come mai allora se lo amava tanto non ha impedito che morisse? Continuano a pensare che l’aiuto e l’amore si manifestino nel perpetuare la vita biologica… no. Gesù non è venuto prolungare la vecchiaia, è venuto per dirci che Dio ci ha donato una vita che non è toccata dalla morte biologica. Adesso sentiamo cosa fa Gesù davanti alla tomba di Lazzaro: Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare».

Giunto alla tomba di Lazzaro Gesù dà un ordine togliete quella pietra; è quella pietra che separa il mondo dei vivi dal mondo dei morti, non deve più esistere perché tutti sono vivi. Marta reagisce e dice: “ma mio fratello è morto non è possibile togliere questa pietra”… perché c’è una separazione fra il mondo dei vivi e quello dei morti. Gesù dice: No! Togliete quella pietra. Marta crede, ma rimane nel dubbio, un po’ come noi e Gesù le dice: non ti ho forse detto che se credi – con questo sguardo della fede -, tu riesci a vedere qual è il destino dell’uomo, vedi la gloria di Dio, cioè ciò che lui ha preparato per noi. È davvero difficile togliere quella pietra però, se noi non la facciamo rotolare, continueremo ad andare al cimitero a piangere, pensando che ci sia ancora quella pietra che separa il mondo dei vivi da quello dei morti.

No! Sono tutti vivi! Tolgono quella pietra, Gesù emette un grido: Lazzaro qui fuori! E il morto uscì Notiamo, non Lazzaro… il morto uscì. Gesù tira fuori il morto dal sepolcro, era legato mani e piedi con bende e il volto avvolto in un sudario… quindi tutti i segni della morte. Fosse cronaca, Lazzaro che era legato, avrebbe dovuto volare… non è cronaca, è ciò che Gesù è riuscito a fare, ha gridato! È il grido di vittoria della vita che lui ha portato nel mondo sulla morte. E dà l’ordine: “scioglietelo, lasciatelo andare” Lasciatelo andare… dove? Fosse cronaca, ci saremmo aspettati che a questo punto venissero notati i sentimenti di gioia di Lazzaro, la sua gratitudine, l’abbraccio dato a Gesù, a tutti i presenti e poi la festa… no! Gesù dice: sciogliete il morto… è rivolto a noi questo ordine… sciogliete il morto e lascialo andare. Noi siamo sempre tentati di trattenere la persona presso di noi perché la amiamo, ma viene il momento in cui dobbiamo sciogliere e lasciare andare questa persona verso il suo destino che è la casa del Padre.

Vorrei concludere questa riflessione sulla rianimazione di Lazzaro che è la vera risurrezione di Lazzaro, quella dell’ingresso nel mondo di Dio, definitivo. Vorrei concludere presentando una piccola lastra di marmo che si trova nei musei vaticani, notiamo che c’è un’iscrizione funeraria su questa lastra che è posta sulla tomba di un bambino. L’iscrizione latina dice: qui riposa un bimbo innocente di nome Siddi di quattro mesi e 24 giorni, chiamato da Dio nel mondo della pace. Notiamo cosa c’è su questa lastra, c’è una corona di alloro, che è il segno della vittoria sulla morte, e al centro di questa corona c’è la croce monogrammata di Cristo che è il vincitore della morte; poi ci sono duecolombe con un ramoscello di ulivo nel becco, segno del mondo dove regna per sempre la pace, poi ciò che è più importante… alle due estremità del braccio trasversale della croce, compaiono le due lettere dell’alfabeto greco l‘omega e l’alfa; è strana la posizione di queste due lettere che indicano l’inizio della fine dell’alfabeto. Noi ci saremmo aspettati l’alfa all’inizio della vita e l’omega alla conclusione… no! Chi ha apposto questa iscrizione, forse i due genitori di Siddi, hanno detto: l’omega della vita di Siddi è stato l’alfa, l’inizio della vita piena con Dio.

 
 
 

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