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6ª DOMENICA DI PASQUA

  • Immagine del redattore: don Luigi
    don Luigi
  • 8 mag
  • Tempo di lettura: 11 min

Dal vangelo secondo Giovanni (14,15-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.

Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

 

Oggi la liturgia ci fa ascoltare un altro brano del testamento di Gesù che abbiamo cominciato a leggere la scorsa domenica. Siamo ancora nel cenacolo ed è il momento del commiato di Gesù dai suoi discepoli. Sappiamo quanto è doloroso il distacco dalle persone che amiamo quindi va metabolizzato bene altrimenti può lasciare delle ferite profonde per il resto della vita e Gesù vuole preparare i suoi discepoli a continuare la loro vita senza la sua presenza fisica. A questi discepoli ha affidato un compito immane, quello di cambiare il mondo e loro sanno di essere un gruppo sparuto e per giunta, già ferito dalla defezione di uno di loro che si è già allontanato e uscito dal cenacolo. Devono andare ad annunciare la bellezza del volto di Dio che hanno contemplato in Gesù di Nazareth; un Dio buono e soltanto buono che ama in modo incondizionato tutti i suoi figli e chiede loro anche di amare come Lui ha amato, quindi anche il nemico. Un compito davvero grande quello che Gesù ha affidato loro ma, i discepoli si sentono deboli, fragili e Gesù sta per lasciarli.

Cosa si chiedono? La domanda che certamente loro si sono posti è: “Come potremo noi portare a compimento questa grande missione che c’è stata affidata?” È verso la fine del I secolo che Giovanni ha scritto le parole sacre che Gesù ha pronunciato durante l’Ultima Cena. Sono le parole che hanno dato conforto agli 11 che erano allo sbando fino alla Pentecoste e sono le parole che hanno sostenuto anche la prima comunità cristiana nei primi anni della sua vita, quando ha dovuto affrontare prove e persecuzioni. Giovanni ha scritto per i cristiani delle sue comunità dell’Asia Minore questo testamento di Gesù; è il tempo di prove e anche di defezioni alle quali fa riferimento il Libro dell’Apocalisse. Ricordiamo come si presenta il veggente dell’Apocalisse, ci dà subito l’idea del contesto in cui le comunità cristiane stanno vivendo; un tempo in cui sono emarginati, cacciati dalle sinagoghe, oggetti di ingiustizie, di soprusi. Inizia così la presentazione che fa di sé stesso il veggente: “Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù.”

Dice: è un tempo in cui siamo tutti nelle grane… come vivere questo momento? L’evangelista Giovanni, è proprio in questo contesto che vuole presentare ai cristiani delle sue comunità, quelle parole del Maestro che hanno dato coraggio e consolazione anche a loro nel tempo della Pasqua, tempo in cui hanno dovuto superare la prova della morte del loro Maestro… ma queste parole sono state scritte per noi! Proviamo a riflettere, una delle prove che ogni vero credente oggi sperimenta è la percezione di sentirsi spesso da solo; la gente che gli vive accanto ragiona, si comporta seguendo criteri e valori diversi dai suoi.

Se lui parla di perdono, di mitezza, di castità, di rinuncia, di sacrificio che cosa accade? Che è ritenuto un tipo un po’ strano, legato forse a convinzioni valide per i tempi andati, a volte viene anche deriso. Il cristiano sa che è inevitabile che questo accada perché la logica del mondo è incompatibile con il Vangelo. Lo dirà Gesù un più avanti nel suo testamento quando dice “Mettetelo in conto: se hanno odiato me, odieranno anche voi e questo, quando accadrà, sappiate che io ve ne ho parlato!” Ecco allora, in queste situazioni, l’importanza di lasciar penetrare nei nostri cuori come balsamo, le parole del Maestro che hanno consolato e incoraggiato i discepoli delle prime comunità.

Ascoltiamo: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.» “Se mi amate, osserverete i miei comandi” Noi abbiamo un solo verbo per dire “amare” i greci ne avevano almeno quattro di verbi: uno è “agapan”, quello che viene impiegato qui; dicono che in sanscrito ci siano ben 80 termini per descrivere le varie sfumature dell’amore, noi abbiamo solo il verbo “amare” e “amore” sostantivo.

Quale è il termine che viene impiegato fra i verbi greci? È agapan! Qual è la caratteristica di questo modo di amare? È l’amore in quello in pura perdita, quello di chi non pensa a sé stesso, non pensa al tornaconto che può ricavare dalle azioni che compie, pensa soltanto a rendere felice chi è nel bisogno. Mette sé stesso e tutte le proprie capacità per donare vita e se anche fosse un nemico, è una ragione in più per renderlo felice e per dimenticare sé stesso. Oltre questo orizzonte di amore è impossibile andare! Bene, è questo verbo che viene impiegato come caratteristica della vita del discepolo di Cristo. Vivere, per un discepolo di Gesù di Nazareth, significa amare! Chi non ama in questo modo, vegeta, non vive da uomo…. essere uomini vuol dire amare! Questo termine, “agape” e “agapán” il verbo, ricorre 259 volte nel Nuovo Testamento e nel testamento di Gesù che ci viene presentato in questi cinque capitoli del Vangelo secondo Giovanni, il termine amore, amare, ricorre 26 volte; questo ci dice l’importanza che Gesù dà a questo messaggio che vuole che rimanga nel cuore dei suoi discepoli perché è il centro della vita di un cristiano

Che cos’è questo verbo amare? Non è un’emozione del cuore, quella che provano gli innamorati, no! Quello è “eros” che è una cosa molto bella, è una pulsione che ci ha messo Dio; agapán vuol dire non ricercare l’altro per se stesso, ma cercare come io posso soccorrere il fratello che è nel bisogno, aiutarlo a vivere. Gesù qui, chiede amore per sé! È una specie di ritornello che forse ci ha anche un po’ stupito, perché Gesù chiede questo agapán per sé. Ricorre quattro volte nel suo testamento, dice: “Se mi amate osserverete i miei comandi! Chi osserva i miei comandi, questo mi ama! Se uno mi ama, osserverà la mia Parola, chi non mi ama non osserva le mie parole.” È la prima volta che Gesù parla in questo modo! E cosa vuol dire amare Lui?

Non è una richiesta egoistica, questo sarebbe un eros, un chiedere che l’altro rimanga tutto per lui, no! Qui vuol dire scegliere Lui, scegliere la sua proposta di vita! Significa unire la propria vita alla sua, come accade alla sposa che non vuole altri amati perché il suo cuore è legato solo allo sposo con il quale sintonizza tutti i progetti di vita. Questo è l’amore che Gesù chiede: “Sintonizza la tua vita sulla mia!” Oggi, Gesù ci invita a valutare quanto siamo coinvolti nella sua vita, nel suo progetto, quanto della nostra vita siamo disposti a puntare su di Lui. Lui dice: “Io punto tutta la mia vita sull’agape, faccio della mia vita un dono… quanto tu sei disposto a puntare su questa mia proposta?” “Chi mi ama, osserva i miei comandi”. Vediamo di chiarire questa espressione perché sulla bocca di un innamorato, a noi sembra stonare un po’ che si parli di comandi! Non ci piace che si parli di ordini, di disposizioni … un innamorato non parla così! Qui siamo in un contesto di amore, non il contesto del padrone con il dipendente stipendiato. Cosa intende Gesù per i comandi? Che sono suoi!

Teniamolo presente, Gesù non ha mai parlato del dovere di obbedire a Lui, mai ha detto “dovete obbedirmi” e non ha detto mai che si deve obbedire nemmeno a Dio! Quando viene impiegato questo verbo nei Vangeli “hūpakuen” in greco, è sempre riferito agli ordini che Gesù dà, non agli uomini o ai discepoli, comanda agli spiriti immondi, ai venti, alle onde agitate del mare che devono obbedire e infatti gli obbediscono. Sono le forze del male che devono obbedire, mai gli uomini! Addirittura il termine obbedienza “hūpakoè” in greco, non ricorre mai nei Vangeli! L’uomo non è chiamato a obbedire a Dio, ma ad assomigliare al Padre del cielo, a vivere in sintonia con la vita che il Padre gli ha dato e la vita del Padre è l’agapán, l’amore in pura perdita che pensa soltanto a rendere felice l’altro. Quindi non si tratta di obbedienza a degli ordini, ma a mantenere la disposizione del cuore di ascoltare questa vita divina, lo Spirito, che ti dice in ogni momento come tu puoi manifestare il tuo amore.

Del resto, l’obbedienza, mantiene in uno stato di soggezione, questo è incompatibile con l’amore! È la somiglianza che ci fa crescere! La somiglianza al Padre è perfetta in Gesù! Lui ha sempre obbedito alla sua identità di figlio di Dio, ed è quell’obbedienza che è richiesta a noi, non a ordini esterni ma alla nostra vita di figli di Dio. Potremmo quindi direi parafrasare così la richiesta di Gesù sul suo comando: “Se tu mi ami, osserva la mia vita e diventa come me”.

C’è quindi un unico comandamento, quello di Gesù! È la voce dello Spirito! È la tua identità di figlio di Dio! Difatti Gesù ha appena detto: “Vi dono un comandamento nuovo, un solo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi così anche voi amatevi gli uni gli altri! Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli”. Perché adesso Gesù parla di comandamenti al plurale? Lui ha un unico comandamento al quale Lui stesso ha obbedito, quello della vita divina, dell’amore, adesso parla di comandamenti al plurale. La ragione è che l’unico comandamento si manifesta poi in molteplici sfaccettature. L’amore, infatti, si esprime in ogni singola azione ed è necessario discernere qui e ora, ciò che l’unico comandamento ci chiama a fare; magari in un certo momento mi chiede di assistere un malato, magari è un malato che ci ha fatto dei dispetti, ci ha fatto dei torti, ma l’unico comandamento adesso si manifesta qui e io devo ascoltare la voce che viene dalla mia vita di figlio di Dio; in un altro momento mi chiede di accogliere uno che ha bisogno di essere accolto in casa, in un altro momento mi può chiedere di rinunciare ad un mio diritto perché l’altro è nel bisogno, in un altro momento mi può chiedere di non puntare il dito per pretendere di essere servito… in ogni contesto, questo comandamento unico si manifesta in tante sfaccettature che divengono quelli che Gesù chiama “I miei comandi”!

È ciò che Paolo dice nell’Inno alla Carità in greco “cresteuetai e agape”, viene tradotta “è benigna l’agape” … l’amore è benigno. No, il significato autentico è che l’amore sa adattarsi a ogni situazione momento per momento, discerne/valuta il bene da compiere in ogni circostanza, sa riconoscere ciò che vuole lo Spirito. Ecco, quindi, come l’unico comandamento è attento a tutte le richieste di amore del fratello. È in questo contesto d’amore che Gesù parla di un altro Paràclito. Il termine Paràclito significa “Paràcaléo” chiamato vicino, “ad vocatus” in latino, avvocato; e quale è il compito dell’avvocato? È quello di difenderci da chi ci attacca, da chi ci vorrebbe rendere prigionieri anche se siamo innocenti, ci viene questo attacco e c’è l’ad vocatus che ci protegge e ci difende.

Gesù parla di un altro Paràclito perché Lui è stato il primo Paràclito, colui che è stato accanto ai suoi discepoli e adesso c’è un altro Paràclito che continuerà a svolgere la stessa missione di Gesù! Quale è la missione protettiva del Paràclito? Da chi ci difende? Non certo dal Padre del cielo che ci vorrebbe condannare per i nostri peccati, no! L’avversario è chi mi vuole togliere la vita, chi non vuole che io viva da uomo vero.

Chi è questo nemico? Il maligno! La mentalità di questo mondo, è tutto ciò che ti vorrebbe portare a pensare a te stesso, a disinteressarti dell’altro…quindi è l’opposto dell’amore che Gesù invece ci propone. “E questo Paràclito sarà con voi per sempre, sarà un compagno fedele”. Vediamo di chiarire chi è questo Paràclito che è sempre con noi, è sempre al nostro fianco, ci protegge in ogni momento dalle forze che ci vorrebbero togliere la vita…un’esperienza che possiamo fare tutti noi. Se io perdono a uno che mi ha fatto un grave torto, potrei fargliela pagare ma non otterrei nulla se non la soddisfazione di vederlo soffrire… ed io non lo faccio, chi è guidato dalla mondanità, dalla logica di questo mondo può anche accusarmi di dabbenaggine, di uno debole che è incapace di farla pagare, ma il figlio di Dio che è dentro di me, lo Spirito che mi è stato donato, mi dice: “Complimenti sei un vero figlio di Dio!”

Se rinuncio a uno scatto di carriera professionale perché avrei dovuto scendere a compromessi con la coscienza… gli amici, forse, mi possono anche prendere per ingenuo, per sempliciotto, ma quando viene la sera, quando sono solo con me stesso, io sento una voce dentro di me che mi dice: “Complimenti! Sei stato un uomo vero!” Questa voce è quella dello Spirito che è sempre con noi e ci protegge da quel nemico che è la mentalità maligna che ci porterebbe non ad amare ma a ripiegarsi su noi stessi. Ti sentirai fuori da un certo giro di amici, ti sentirai fuori da chi la pensa in un modo diverso, ti sentirai anche solo e dall’accusa della mondanità che forse ti deride… questo Paràclito ti difende. Ed è lo Spirito della verità! Cosa significa Spirito della verità? No che non dice bugie, è lo Spirito che ti porta ad essere un uomo vero; se tu non ami non sei un vero uomo! E ora le parole di consolazione che Gesù rivolge ai discepoli che inevitabilmente, in certi momenti si sentiranno soli e smarriti in mezzo a coloro che preferiscono seguire la proposta fatta dal mondo.

Ascoltiamo queste parole del Maestro: «Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». “Non vi lascerò orfani” – dice Gesù – “Vengo presso di voi!”

Non “ritorno”, “vengo!” Se io perdo un amico rimango solo, non sono più amico, manca il referente, è un qualcosa di me che è andato perso; se una sposa perde lo sposo non è più sposa, è vedova, è orfana; se un figlio perde il padre non è più figlio, è orfano. Quando Gesù lascia questo mondo, i suoi discepoli temono di rimanere orfani, manca il Maestro… non siamo più discepoli, ne va della nostra identità. Gesù dice loro: “Non rimarrete orfani, questo non accadrà! Io vengo presso di voi in un modo diverso! Accadrà qualcosa di inaudito, vi troverete coinvolti in una mia presenza immensamente più vera di quella che voi avete sperimentato quando per tre anni sono vissuto accanto a voi fisicamente. Io vengo da voi!

Il mondo non mi vedrà più!” Il mondo è la mondanità che vede solo il materiale, il verificabile… per il mondo Gesù sarà un fallito, finirà nel sepolcro. Finita per sempre! “Voi invece continuerete a vedermi perché io vivo e voi vivrete!” Vivere significa amare, il resto è vegetare, che è una cosa bella, ma se non arrivo a questa vita che è quella dell’amore, non sono pienamente uomo. “Voi vivrete perché siete coinvolti, sarete coinvolti nella mia stessa vita, quella vita che unisce me al Padre, adesso questa stessa vita sarà comunicata a voi con il dono dello Spirito. La mia presenza quindi, non sarà un’amicizia esterna come quella che avete sperimentato finora, ma sarà una vita di perfetta e piena comunione e non solo sarete uniti a me, ma sarete uniti e coinvolti nella vita del Padre del cielo”. Quando noi teniamo presente questo messaggio che Gesù ci ha lasciato, questo testamento, allora tutto nella nostra vita in questo mondo cambia di prospettiva! Noi vediamo qual è il nostro destino, non solo come andremo a finire, ma ciò che adesso sta accadendo in noi, siamo coinvolti con Cristo nella vita di Dio. Vita vera è questa, il resto è menzogna!

 
 
 

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