7ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
- don Luigi
- 21 feb
- Tempo di lettura: 14 min
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,27-38)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
Vediamo, in questo brano evangelico di oggi, come non sia semplice accogliere la proposta di vita di Gesù perché è ben diversa da quella che ci suggerirebbe il nostro istinto. Se il cristiano ragiona, parla come tutti gli altri, se segue gli stessi principi, gli stessi valori, se si adegua al modo di vivere di coloro che non conoscono il Vangelo, è chiaro che viene lasciato tranquillo, non può essere perseguitato, non dà fastidio a nessuno, è uguale agli altri. Ma se il cristiano incarna il Vangelo con la sua vita, mette in discussione l’ordine costituito, allora è inevitabile che venga perseguitato.
Gesù dice “beati voi quando vi capiterà questa esperienza dolorosa”. A questo punto si pone la domanda: “come si deve comportare il discepolo quando viene perseguitato, quando si trova di fronte a persone che gli fanno dei torti o addirittura, commettono violenza nei suoi confronti, quando viene emarginato, subisce ingiustizie e può anche perdere la vita? E non è un’esperienza dei primi secoli soltanto, è un’esperienza che la Chiesa sta vivendo anche oggi. Cosa ci dice il Maestro? L’istinto naturale porterebbe il discepolo a reagire, a ripagare con la stessa moneta, a rispondere alla violenza con la violenza, al male con ritorsioni e con vendette. Sentiamo cosa ordina Gesù ai suoi discepoli che si trovano in questa situazione, si dovranno lasciar guidare dall’istinto oppure dalla vita nuova, che hanno ricevuto dal Padre del cielo, lo Spirito. Quattro imperativi inequivocabili, seguiti da quattro esempi pratici presi dalla vita di ogni giorno, quindi Gesù vuole essere molto chiaro su ciò che chiede ai suoi discepoli quando subiscono ingiustizie e persecuzioni.
Primo imperativo: “amate i vostri nemici”. Il verbo impiegato non è quello che indica l’amicizia “filein”, è un altro verbo, qualcuno a volte dice: “Come posso essere amico di chi mi ha fatto dei torti? Non riesco”. È chiaro, non è possibile. Gesù non ti chiede di diventare amico, ti chiede di amarlo. Il verbo impiegato è “agapan”, un verbo che nella letteratura greca classica viene impiegato non più di una dozzina di volte… raro, molto raro; è diventato invece, per i cristiani, il verbo che indica l’amore firmato, quello che non viene dalla natura umana che ti porterebbe nella direzione opposta, viene dalla vita che ti è stata donata dal Padre del cielo, che è la sua stessa vita e la sua vita è amore. “Agapan” significa disponibilità a fare del bene e solo del bene, in modo incondizionato nei confronti del nemico che mi ha fatto dei torti, anche molto gravi, e che magari sta facendo di tutto per crearmi problemi… non viene spontaneo fargli del bene, l’istinto naturale mi porterebbe nella direzione opposta. Gesù ordina l’amore, la prontezza a rispondere alle richieste di aiuto anche del nemico! Quando il nemico è nel bisogno, qualunque torto mi abbia fatto, io devo mettermi al suo servizio. Questo è il primo imperativo, prendere o lasciare, questa è la proposta di Gesù di Nazareth.
Secondo imperativo: “fate del bene a quelli che vi odiano”. L’odio non è la semplice antipatia o l’avversione che uno prova nei confronti di chi non gli è simpatico, questi sono sentimenti che tutti noi proviamo; il pericolo è che questi sentimenti si trasformino in odio. Chi odia vorrebbe distruggere l’altro, chi mi odia vorrebbe che mi capitasse qualcosa di male e pensa che sarebbe molto più felice se io non esistessi; allora se uno mi odia, l’istinto naturale, quello che viene dalla mia natura umana, dove mi porta? Mi porta a fare il possibile per distruggere lui, lui vuole distruggere me, allora io lo anticipo e gli auguro che gli capiti qualcosa di male. Questo è rispondere all’odio, a chi mi vuole fare del male, con altrettanto odio… questo viene dalla natura. È chiaro, se uno mi odia mi sarà poco simpatico, questo non dipende da me, il guaio è quando quest’antipatia si trasforma in odio in me; lo Spirito di Cristo va in senso opposto, Gesù dice: “devi cercare tutte le opportunità di renderlo felice, di fargli del bene. È un tuo nemico che ti odia, che ti vorrebbe distruggere e non vorrebbe che tu esistesse in questo mondo… tu fai il possibile per renderlo felice”. Chiariamo, fare del bene non significa sempre accarezzare, accontentare i capricci non è amore, è far del male, spesso far del bene significa prendere posizioni dure nei confronti di una persona perché bisogna farla crescere, bisogna umanizzarla, è in una condizione in cui, accontentando i suoi capricci diventa peggiore. Io non lo posso fare, ma devo fare di tutto perché lui possa crescere, possa umanizzarsi, possa essere felice.
In ogni caso, il discepolo di Cristo non può far altro che amare. A volte ci chiediamo… ma darà risultato? Non lo so, è che io essendo figlio di Dio, non posso far altro che amarlo, forse diventerà anche più cattivo, mi odierà di più, ma io mi lascio guidare dalla vita divina, la vita del Padre del cielo che è amore, anche se l’altro diventa cattivo, io non posso far altro. La vite non può far altro che produrre uva, è la sua natura; il gelsomino non può far altro che emanare profumo, è la sua natura, anche se uno lo copre di sputi, lui emanerà profumo; la natura del cristiano è quella del figlio di Dio, non può far altro che amare anche a chi gli fa dei torti, anche a chi lo odia.
Terzo imperativo: “benedite coloro che vi maledicono”. Maledire vuol dire volere la morte di quell’altro, benedire vuol dire volere la vita. Noi benediciamo Dio quando riconosciamo che da Lui viene tutta la vita e Dio benedice noi dandoci la vita; noi quando benediciamo un’altra persona, vuol dire “voglio che tu viva”. Viva non vuol dire sopravvivere, voglio dire che tu abbia la pienezza di vita, la pienezza di gioia e quando il cristiano, a chi lo maledice risponde benedicendo, vuol dire che desidera che l’altro sia felice e che è disposto a far tutto il possibile perché lo sia. Questo è complicato, ecco allora il quarto imperativo.
Quarto imperativo: “pregate per coloro che vi minacciano”. Praticare i primi tre imperativi è difficile, ecco allora la necessità di pregare. Solo la preghiera autentica, non ripetizione di formule, non bla bla bla, preghiera autentica che vuol dire mettersi in sintonia col pensiero di Dio, vedere come vede Dio colui che mi odia, colui che mi fa del male e quando io scopro che Lui lo ama… non mi dice che è buono, che fa tutto bene, mi dice che è meraviglioso quel suo figlio anche se fa delle cose molto cattive, Dio odia le cose cattive che fa, ma lo ama.
Solo nella preghiera io posso entrare in sintonia con i sentimenti di Dio, quando ci si pone davanti al Signore non si può mentire, a Lui si può chiedere soltanto che ricolmi di beni chi ci sta facendo del male. Quando si riesce a pregare così, il cuore è in sintonia con il cuore del Padre che sta nei cieli, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Adesso Gesù spiega la sua proposta di mondo nuovo con quattro esempi pratici. Gesù sta impiegando immagini paradossali, porgere l’altra guancia dopo che si è preso uno schiaffo, non va preso alla lettera, neanche Gesù l’ha preso alla lettera, ma noi cercheremo di cogliere che cosa Gesù pretende dal suo discepolo che vuole lasciarsi muovere dallo Spirito, dalla vita divina che ha ricevuto, non dagli impulsi che gli vengono dalla natura. Ecco gli esempi che Gesù fa.
Il primo riguarda la violenza fisica, lo schiaffo. Cosa devi fare? Mi dice “porgere l’altra guancia”, significa: tu non rispondi con la violenza. Noi di aggressività ne sperimentiamo tantissima nella nostra vita, anche nei momenti più semplici, più banali. Il cristiano non può reagire se non con amore… “tu porgi l’altra guancia”, se non puoi cambiare la situazione, non reagire con la violenza.
Secondo comportamento, quello del brigante che ti porta via le prime cose che riesce a rubarti, quindi il mantello che ti trova addosso. “Tu gli dai anche la tunica”. È un paradosso, però se un giorno tu trovi chi ti ha rubato il mantello, lo trovi per strada, sta morendo di freddo, tu ti devi togliere la tua tunica, magari patisci tu il freddo, ma tu la devi consegnare al tuo fratello… gli dai la tunica. Prendere o lasciare, questo è il Vangelo.
Non cercare scuse, terzo esempio, la richiesta di aiuto a volte viene fatta anche senza discrezione, crea anche un po’ di imbarazzo… non cercare scuse, se puoi aiutare il fratello, tu lo devi aiutare, anche se fosse un nemico. Attenzione, aiutare, far del bene, far delle elemosine… stiamo attenti, c’è una bella frase che si trova nel Libro della vita che è stato scritto prima addirittura del Vangelo secondo Matteo ad Antiochia, dice: “Sì bagni di sudore l’elemosina nelle tue mani, finché tu sappia a chi sia meglio darla”. È molto bella questa frase, pensaci bene prima di fare l’elemosina, prima di fare un qualcosa di bene all’altro, perché devi sapere come verrà impiegato il bene che tu fai. Quindi saggezza nel fare del bene.
Il quarto esempio riguarda l’ingiustizia economica, qualcuno che si impossessa di ciò che è tuo. Come reagire? Nessuno sta dicendo che tu devi essere passivo, rassegnarti, no! Il cristiano non è un ingenuo, uno sprovveduto, Gesù suggerisce l’azione positiva per umanizzare il malvagio e la prima cosa da fare è non comportarsi allo stesso modo del malvagio. Non si proibisce quindi ai discepoli di esigere giustizia, di difendere i propri diritti, il proprio onore, la propria vita; il cristiano non è un vigliacco, non tollera le ingiustizie. Amare non significa nemmeno sopportare in silenzio senza reagire, il cristiano si impegna attivamente a porre fine alle prevaricazioni, ai furti, alle ingiustizie, ma rifiuta i metodi condannati dal Vangelo. Quando non riesci poi a ristabilire la giustizia con mezzi evangelici, quando l’unica via che rimarrebbe aperta sarebbe quella di fare del male a un fratello, allora si deve mostrare discepolo di Cristo, di colui che preferisce sopportare il peso dell’ingiustizia piuttosto che fare del male a un fratello.
Ora la cosiddetta “regola d’oro” data da Gesù per aiutarci a fare la scelta giusta quando siamo incerti sul da farsi. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro …. Gesù inizia con un consiglio saggio per sapere cosa fare per aiutare chi si trova in difficoltà e non si sa bene che scelta fare. Gesù suggerisce di porci questa domanda: “Se tu fossi in quella situazione, cosa desidereresti che l’altro facesse per te?” “Come volete che gli uomini facciano voi, così anche voi fate a loro”. E poi introduce il tema della gratuità dell’amore cristiano. Ciò che caratterizza l’agapan è la disponibilità a far del bene in modo gratuito, senza pretendere nulla in cambio. Purtroppo le traduzioni del testo che abbiamo appena ascoltato, riprendono spesso il parallelo di Matteo il quale dice: “Se voi amate quelli che vi hanno, che merito ne avete; se fate del bene a quelli che vi fanno del bene, che merito ne avete; se prestate a chi vi presta, che merito ne avete …“. Impiega il termine “mistos” merito. Luca sceglie con molta finezza un altro termine, “caris” che significa gratuità e allora il significato di questo testo è diverso: “Se voi amate quelli che vi amano, cosa fate di gratuito?” E ciò che caratterizza l’amore firmato di Gesù di Nazareth è l’amore che non pretende nulla in cambio, agisce in pura perdita perché è felice, perché non può far altro che amare, che fare del bene con lacaris, la gratuità. “Se voi fate del bene a quelli che vi fanno del bene, dove la gratuità?” Questo lo fanno tutti, viene dalla natura umana. Fare del bene senza aspettarsi nulla in cambio è caratteristico dell’amore di Cristo.
Quando far del bene senza aspettarsi nulla in cambio, quindi gratuitamente, si riferisce anche a non far del bene per acquistare meriti in paradiso… questo è ancora egoismo, non è caris. Se io amo il povero perché poi in paradiso accumulo i miei beni, io sono ancora un egoista, non sono entrato nella caris che caratterizza l’amore del discepolo. È questo amore gratuito che fa diventare persone splendide, i veri discepoli di Cristo; splendide perché da loro esce la luce che caratterizza la persona splendida che è Gesù di Nazareth. Quando Gesù dice “voi dovete essere la luce del mondo”, vuol dire “voi dovete lasciare uscire dalle vostre vite la luce che è stata la mia vita”.
E adesso giungiamo all’apice dell’etica cristiana… l’amore al nemico. Amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. L’amore al nemico, questa è la situazione privilegiata in cui è possibile mostrare la gratuità dell’amore, solo l’amore firmato di Gesù di Nazareth può arrivare a questo livello. La proposta di Gesù è stata preparata già da vari testi dell’Antico Testamento, ricordiamo il “Libro dell’esodo”: “Se incontri il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, tu glieli devi ricondurre. Se vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso, mettiti con lui ad aiutarlo perché se perde l’asino, lui poi non ha il modo di trovarsi da vivere”. Anche i Saggi pagani, avevano delle espressioni simili molto famose, per esempio Epiteto, il quale diceva: “Bisogna che tu sia percosso al pari di un asino e che, mentre vieni percosso, tu ami chi ti percuote come un fratello”.
Pure Seneca: “Se vuoi imitare gli dei, fai del bene anche gli ingrati perché il sole si alza anche sui malvagi”.
Ecco vedete queste affermazioni dei filosofi stoici sembrano identiche a quella di Gesù e del Vangelo, in realtà sono molto diverse, proprio a causa della gratuità. I filosofi stoici ricercavano questi comportamenti per la loro pace interiore, l’imperturbabilità di fronte alla sofferenza e all’ingiustizia, volevano mostrare la completa padronanza di sé, quindi in fondo ricercavano ancora se stessi, mancava la gratuità. Il bene che si fa va fatto perché è bene, il discepolo non può lasciarsi sfiorare da alcun pensiero egoistico, da alcuna gratificazione personale, tu sperimenterai la gioia di amare che è quella del Padre del cielo. Qual è la ricompensa che viene promessa? “Riceveranno una ricompensa grande”. Qual è? “Sarete figli dell’Altissimo, il quale è benevolo verso gli ingrati e verso i malvagi”. La ricompensa grande, e più grande non si può, è che tu sarai figlio dell’Altissimo, sei come Lui che ama e ama soltanto. Dio manifesta la sua identità di Dio che ama, proprio nell’amore a chi gli è nemico, a chi fa del male e allora il figlio di Dio si comporta come il Padre del cielo perché è suo figlio, esce da Lui l’espressione della vita di questo Padre. Il brano si conclude adesso con l’esortazione ai membri della comunità cristiana, a rendere visibile agli occhi degli uomini questo volto del Padre celeste. Diventate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso …”. Questo aggettivo “rahum/misericordioso” è il grembo materno, l’utero. Dio presenta il suo amore come viscerale, come quello materno, non dice il cuore di Dio no, l’utero. È femminile perché il cuore l’abbiamo tutti, l’utero ce l’hanno le donne e Dio ha scelto questa immagine per mostrare il suo amore incondizionato per ogni uomo. Questo non significa che Dio dice che va tutto bene, no, Dio e nessuno come Lui odia il male, perché la prima vittima del male è colui che lo fa, perché il male lo disumanizza e quindi Dio odia il male, ma Dio non fa altro che amare ogni uomo. Perché? Facciamo l’esempio di una mamma, tutti noi abbiamo sentito espressioni di questo genere. Quando si chiede ad una mamma: “Suo figlio che cosa ha combinato, un crimine enorme, ma come è successo?” “No, è buono mio figlio, quello è un crimine ma mio figlio e buono”. Giudica con rahum, è una pallida immagine dell’amore incondizionato di Dio per ogni suo figlio, Dio odia il male più di ogni altro perché fa del male ai sui figli, ma ama e ama soltanto ogni uomo.
Provare questo amore per l’uomo, a noi non viene naturale e spontaneo, noi spontaneamente non amiamo colui che fa il male; Dio odia il male, ma ama e ama soltanto colui che fa il male, a noi non viene spontaneo. Questa invece è la natura di Dio, anzi, proprio nel fatto di non poter non amare anche il peggior criminale, rivela la natura dell’amore di Dio, pensate quale bestemmia viene detta quando si parla di un Dio che punisce chi non chiede scusa per aver disobbedito ai suoi ordini! È la bestemmiacontro l’identità di Dio che è il suo amore incondizionato.
Proprio perché Dio è così, noi suoi figli dobbiamo essere come Lui, odiare il male, ma amare e amare soltanto anche il peggiore criminale. Allora cosa si deve fare perché si realizzi questo? Due comportamenti da evitare e due comportamenti da assumere. Da evitare: “non giudicate e non condannate”. Cosa intende dire Gesù con non giudicate, non condannate? Significa forse che dobbiamo far finta di niente, negare gli errori come se non ci fossero? No, dobbiamo sempre distinguere tra il giudizio che pronunciamo sulle azioni che vengono fatte e il giudizio sulle persone.
Chi giudica è la Parola, la Parola del Vangelo ti dice se una scelta è umanizzante o ti disumanizza, ma la Parola indica il bene, invita a discernere, ma non condanna la persona, condanna all’azione, non la persona. Dio non giudica, non condanna nessuno, se noi giudichiamo e condanniamo, stiamo condannando Dio che invece non condanna, ama e basta. Queste cose vanno evitate, per non essere giudicati e non essere condannati.
È giusta la valutazione alla condanna del male e del peccato, non di colui che è peccatore; la persona non può essere giudicata perché giudicare vuol dire legarla all’azione cattiva che ha commesso! L’azione cattiva è una cosa, la persona è amabile, se noi assumiamo i pensieri, i sentimenti di Dio, la vediamo come amabile … E allora i due comandi. “Perdonate”. Questo verbo “perdonare”, il termine greco impiegato è “apoluein” che significa: “sciogliere”. Sciogliete significa non tener legate con la corda al collo, le persone che hanno commesso un errore, scioglietele dal loro errore. E così anche tu sarai sciolto.
È bello questo perché se noi leghiamo al loro errore gli altri, finiamo per legare ai nostri errori noi stessi, non siamo felici e per vivere felici dobbiamo slegare anche noi stessi dall’errore che abbiamo commesso, non lo neghiamo, ma lo guardiamo serenamente sapendo che Dio non ci tiene legati ai nostri errori, non ci aspetta per la resa dei conti e per il castigo, no! Prendiamo atto che c’è stato uno sbaglio, verifichiamo cosa possiamo fare per riparare a questo errore, per non ripeterlo, ma poi sleghiamo gli altri e così impareremo anche a slegare noi stessi.
E infine “date e vi sarà dato una misura bella colma, scossa, traboccante, vi sarà versata in grembo”. Che significa questo dare? Dare significa donare tutto e torniamo a quel “beati i poveri”, quelli che si sono spogliati di tutto, che hanno fatto della loro vita un dono e allora, a costoro sarà dato una misura abbondante, in proporzione di ciò che danno, ricevono un dono senza misura.
Qual è questo dono? Non è un posto migliore in paradiso, questo dono è una somiglianza maggiore con il Padre del cielo che dona tutto, quanto più noi doniamo, tanto più questa misura di somiglianza con il Padre del cielo sarà abbondante.
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