CORPUS DOMINI
- don Luigi

- 4 giu
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Dal vangelo secondo Giovanni (6,51-58)
In quel tempo Gesù disse: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.
Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
L’evangelista Giovanni dedica ben 5 capitoli del suo libro, al racconto dell’ultima cena, e qualcuno rimane stupito dal fatto che in questi cinque capitoli non compaia il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia. Giovanni non ne ha sentito il bisogno perché era già stata raccontata da tutti e tre i Vangeli sinottici Matteo, Marco e Luca e l’aveva raccontata anche Paolo nella lettera ai Corinzi. È un altro obiettivo che ha Giovanni, lui vuole illuminare le sue comunità cristiane alla fine del I secolo sul significato di quel gesto che ogni settimana, nel giorno del Signore, loro compiono, il gesto dello spezzare del pane.
Forse già nelle sue comunità cominciava a diventare un rito a cui non corrispondeva poi la vita e introduce questo chiarimento, in due momenti del suo Vangelo. Uno lo ricordiamo tutti molto bene, quando durante l’ultima cena, al posto dell’istituzione dell’Eucarestia, l’evangelista ci racconta il gesto di Gesù la lavanda dei piedi e il significato è chiarissimo. L’evangelista vuole dirti: stai attento che il rito dello spezzare del pane e del mangiare quel pane deve poi tradursi nella vita d’amore concreta che è quello del servizio al fratello. Se questo non accade, il tuo rito può diventare ipocrita
Poi c’è l’altro momento in cui Giovanni presenta il significato dell’Eucarestia, ed è al capitolo sei, quando, dopo aver raccontato il segno della condivisione dei pani, l’evangelista presenta un lungo discorso di Gesù che arriva al punto di dire chiaramente che cosa significa assimilare quel pane.
Questo lungo discorso che Gesù fa inizia con un chiarimento perché qualcuno ha equivocato il segno, lo ha capito come un dover ricorrere a Dio perché risolva lui, con prodigi e miracoli, il problema dalla nostra fame. Una fame molto concreta, perché il segno vuole proprio indicare questo: come saziare i bisogni dell’uomo, bisogni molto concreti, bisogni di vita.
Non è ricorrere a Dio perché faccia lui quello che invece siamo noi a dovere fare
Il gesto, il segno compiuto da Gesù, significava proprio questo: tutta la fame del mondo, tutti i bisogni dell’uomo saranno saziati perché Dio ha preparato una casa bella per i suoi figli. Saranno saziati quando accetteranno la logica dell’amore, della condivisione, del consegnare ai fratelli tutti i beni che uno ha a disposizione e allora non solo sarà saziata la fame di tutti, ma ci sarà anche ciò che avanza in abbondanza. Poi, dopo avere chiarito questo equivoco, Gesù introduce un altro pane, non più il pane materiale che alimenta la vita di questo mondo, ma nel suo discorso comincia a parlare di un pane che è sceso dal cielo per donare un’altra vita.
La vita biologica – la vita può ridursi anche a un sopravvivere, a un vegetare – ma l’uomo ha bisogno di un’altra vita e questa vita è data da un pane che è sceso dal cielo. È un linguaggio abbastanza criptico per coloro che lo stanno ascoltando, ma diventerà poi chiaro e lo capiranno, quando Gesù andrà avanti nel suo discorso. Presentava se stesso pane, pane come sapienza di Dio inviata dal cielo per illuminare e guidare gli uomini alla vera vita umana, perché se non seguono questa sapienza essi vanno per cammini di morte.
Ecco, Gesù si è presentato in questo discorso come questo pane, questa sapienza che alimenta la vera vita la pienezza di vita umana, perché non è vita umana, piena quella di chi vegeta. Anche se ha tutti i beni di questo mondo, la vita deve avere un senso, un obiettivo, un significato!
Questa è la prima parte del discorso e a questo punto inizia il brano di oggi.
«In quel tempo Gesù disse: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Mi sono chiesto molte volte cosa devono avere capito i discepoli durante l’ultima cena del gesto compiuto da Gesù. Che cosa aveva fatto? Ad un certo punto della cena lui aveva preso del pane e aveva detto: “questo sono io, prendete e mangiate”.
Non devono avere capito molto quella sera, è stato in seguito, quando, obbedendo al comando del Signore, hanno continuato a celebrare ogni settimana quel gesto di spezzare il pane e hanno riflettuto. Guidati dallo Spirito hanno compreso e interiorizzato il contenuto di quel gesto e il coinvolgimento che richiedeva, il fatto di assimilare quel pane.
Sono passati decenni di riflessione nelle comunità cristiane. L’evangelista Giovanni ci ha presentato in un discorso di Gesù ciò che queste comunità, soprattutto quelle dell’Asia minore, dove si trovava a Efeso, come punto di riferimento, il Giovanni figlio di Zebedeo, questa maturazione della comprensione del gesto dello spezzare del pane e oggi vogliamo riflettere proprio sull’ultima parte di questo discorso, dove il tema è proprio quello dell’Eucarestia e ci aiuterà a capire ciò che oggi noi facciamo ogni settimana nel giorno del Signore. La presentazione è fatta con immagini e con termini che possono essere un po’ difficili perché, riflettono il linguaggio teologico semitico che noi cercheremo di comprendere.
Gesù dice: “io sono il pane vivente che è sceso dal cielo, che è sceso in questo mondo dal cielo, come pane, chi mangia di questo pane ha la vita eterna e il pane che io darò è la mia carne.”
Ecco, sono immagini che vanno capite. Anzitutto, in primo piano in questo testo noi troviamo un verbo “Mangiare”, che ricorre nel discorso di Gesù ben 11 volte; mangiare un pane che va mangiato, va assimilato ricorrerà poi un altro verbo ben quattro volte, ancora più forte, non mangiare, ma masticare, triturare, assimilare proprio fin dalle briciole. Questo verbo molto forte ricorre quattro volte e poi ne ricorrerà un altro: bere.
Ecco, sono verbi che ci obbligano forse a riconsiderare certe devozioni eucaristiche, che in passato hanno avuto il loro significato, il loro valore, ma se non riflettono, se non esprimono il senso autentico dell’Eucarestia, tutte queste devozioni vanno ripensate e se poi addirittura certe devozioni offuscano il significato dell’Eucarestia, allora, anche se la gente vi è affezionata, devono essere lasciate.
Mangiare, bere significa accogliere nella propria vita quello che ci viene presentato da quella carne che è Cristo, farlo diventare parte della nostra vita, della nostra persona.
Ma che cosa si intende per carne? Noi quando parliamo di carne, pensiamo subito all’aspetto fisico, gli atomi, i muscoli. Per un semita invece carne è la persona vista nella sua fragilità, nella sua precarietà, nella debolezza e soprattutto l’uomo stesso è carne, perché è mortale. È una creatura effimera, soprattutto destinata a morire.
Bene, questo alimento che viene dal cielo si è fatto carne, e dice Giovanni: “si è fatto uno di noi”, con tutte le nostre debolezze, le fragilità che appartengono alla nostra natura umana.
L’immortale si è fatto uno di noi, mortale. E se Gesù non fosse morto in croce, sarebbe morto di vecchiaia, perché si è fatto carne.
Mangiare, dicevamo, significa accogliere, assimilare, ma che cos’è questo pane disceso dal cielo? È la sapienza di Dio, la sapienza che si è incarnata in Gesù. Lì ci viene presentato il progetto di uomo autentico e, se voglio che si realizzi in pienezza la mia vita come Dio me l’ha donata, io devo assimilare quella sapienza che si è fatta carne, che si è incarnata in una persona, non in norme e disposizioni. È quella persona che mi indica l’uomo riuscito, l’uomo che segue la sapienza di Dio.
Gesù si è presentato come questo pane disceso dal cielo. Questa è la sapienza che tutti devono assimilare se vogliono essere realmente uomini in pienezza. Questa presentazione che Gesù fa di sé stesso è scandalosa per un giudeo, perché la sapienza per un giudeo è la Torah. L’uomo, se vuole essere realmente uomo, ha già tutto nella Torah.
Gesù dice invece che la Torah non ha tutto, che bisognava andare oltre. Adesso di fronte a voi avete la sapienza di Dio, che si è fatta carne, assimilate questa sapienza, come pane per la vostra vita, deve diventare parte di voi stessi. Ricordiamo Ezechiele che è invitato da Dio a mangiare quel rotolo.
Ebbene vuol dire: Ezechiele prima di parlare alle persone, assimila bene la mia sapienza, che è contenuta nella Torah, anche se la Torah non era ancora tutta la sapienza di Dio, che invece è incarnata in pienezza, nella carne di Gesù di Nazareth.
I giudei che stanno ascoltando questo discorso non possono che reagire.
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.
A questo punto i giudei hanno capito e abbiamo capito anche noi, che il pane disceso dal cielo era la persona di Gesù, il suo messaggio, il suo Vangelo e questo è stata una pretesa scandalosa per i giudei, che hanno reagito.
Gesù va oltre, e dice: “se non mangiate la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non potete avere in voi la vita”. Gesù a questo punto non si riferisce solo a una dottrina, a un messaggio, ma a un mangiare concreto e non metaforico.
I giudei si aspettano una spiegazione: credere in Gesù vuol dire aver capito la proposta che lui ci fa, l’uomo che lui rappresenta e credere in lui vuol dire che gli affido la mia vita. Il credere si traduce in un gesto di adesione, un gesto concreto, un segno che indica chiaramente che voglio che la persona di Gesù entri in me. Eccolo, il significato del mangiare, dell’assimilare, dell’assumere, di mettere dentro alla nostra persona la persona di Gesù e Gesù insiste “vi assicuro, è necessario mangiare, la carne del figlio dell’uomo”.
In questo versetto non vengono nominati il pane e il vino che saranno i segni di questa assimilazione della persona di Gesù, ma direttamente vengono indicati ciò che il pane e il vino significano. Il Pane è tutta la storia della persona di Gesù che è stata una vita donata. Ecco cosa significherà quel pane con il quale Gesù si identifica…ecco chi sono io… pane.
E poi il vino… il sangue. Il sangue per un ebreo è la vita.
Anche oggi per la disposizione che c’è nella Torah, non ci si può impossessare del sangue. Il sangue va versato, riconsegnato alla terra, perché è la vita, e la vita appartiene a Dio. E qui, Gesù dice: “dovete bere il mio sangue”. Bere il suo sangue significa accogliere la sua vita, il suo spirito, quella forza divina che ti porta a donare tutto te stesso per amore. Quando si mangia, quando si beve a quel calice, si fa la scelta di accogliere tutta la storia della vita di Gesù nella propria vita.
Gesù continua con un altro verbo, ancora più forte masticare. Chi mastica la mia carne, beve il mio sangue. Cosa significa quel masticare? Quando noi mastichiamo, trituriamo proprio, vuol dire che quella persona di Gesù dobbiamo averla capita bene. Ecco la necessità, prima di compiere quel gesto, di accogliere il pane nella nostra vita. Bisogna aver capito chi è quel pane, perché altrimenti compiamo un gesto che rimane un rito, di cui non comprendiamo la portata e l’impegno che richiede poi in noi.
A questo punto è necessario direi superare un certo linguaggio devozionale e intimistico, che allontana dal senso autentico dell’Eucarestia. Qui si parla di accogliere, quel pane che è Cristo, quel vino che è il sangue, che è la vita di Cristo e accoglierli in noi stessi. Quindi si tratta di mangiare, di bere. È questo l’Eucarestia, non altro.
Allora un certo linguaggio devozionistico, ripensiamolo… c’è chi parla di star vicino al divino prigioniero… a consolare Gesù che è solo nel tabernacolo – scusate questi riferimenti – o addirittura, portarlo in trionfo, fargli compagnia. No, l’Eucarestia non ha lo scopo di catturare Gesù per tenerlo vicino per poterlo adorare. La richiesta che lui ci fa è: ci stai ad accogliere la mia vita, nella tua vita?
E compi questo gesto di mangiare, di bere, che significa assimilare l’Eucarestia?
È questo, è solo questo. Tutto quello che ci può allontanare da questo significato provocatorio, cerchiamo di rivederlo. Gesù continua, di nuovo questo verbo: “chi beve il mio sangue dimora in me e io in lui” questo verbo dimorare “Menein” che è importantissimo.
Nel Vangelo secondo Giovanni, questo rimanere in Cristo è l’immagine sponsale dell’Eucarestia. Lo ricorda il Cantico dei Cantici e l’evangelista Giovanni riprende la stessa formula dell’amata con l’amato: il mio amato è per me e io per lui. È la stessa formula che viene ripresa qui.
Il banchetto Eucaristico è l’incontro sponsale con Cristo: questa è l’immagine più bella che noi abbiamo. Chi mangia quel pane risponde alla proposta sponsale che Cristo fa: “vuoi unire la tua vita, la mia? Se vuoi unire la tua vita alla mia, mangia quel pane, bevi la mia vita, rappresentata dal mio sangue e allora noi diventiamo un’unica persona. Siamo uniti come lo sposo e la sposa, condividiamo la stessa vita.
E ora vediamo che cosa accade, a chi mangia questo pane e beve a questo calice.
«Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù ha dato un ordine: “prendi e mangia, prendi e bevi” che cosa accade a chi obbedisce a questo ordine dato da Gesù? Stende la sua mano, accoglie quel pane, beve a quel calice, riceve la vita – dice Gesù – chi mastica di me, vivrà grazie a me.
Per comprendere questo messaggio possiamo fare riferimento all’allegoria della vite e dei tralci: nella vite e nei tralci circola l’identica linfa. La linfa è lo spirito, la vita divina che Gesù possiede per sua natura e questa vita divina adesso è donata a noi. Proprio quando noi accogliamo, mangiamo quel pane che è Lui e beviamo a quel calice e quando questa vita circola in noi, produce i frutti.
La vite produce l’uva e l’uva dà il vino, simbolo della gioia. Il segno che abbiamo accolto questa vita, è quando noi doniamo gioia ai fratelli. La gioia è il segno della presenza in noi dello Spirito.
Gesù conclude il suo discorso dicendo: “questo è il pane che è sceso dal cielo, non come quello che hanno mangiato i vostri padri nel deserto e sono morti”. C’è un pane materiale, quello che alimenta la vita biologica, e questa vita finisce, viene dalla terra e torna alla terra. Se non ci fosse stata donata dal padre del cielo, attraverso Cristo, la sua stessa vita, la vita divina, il nostro destino sarebbe quello delle piante, degli animali, la vita biologica che finisce.
Prendiamo coscienza che quando noi mangiamo quel pane e beviamo a quel calice accogliamo il dono della vita divina che Gesù ha portato nel mondo.



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