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SANTA FAMIGLIA

  • Immagine del redattore: don Luigi
    don Luigi
  • 27 dic 2025
  • Tempo di lettura: 11 min

Dal vangelo secondo Matteo (2,13–15.19-23)

 

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».

Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».

Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».

Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazareth, perché si compisse ciò che era stato detto

 

Il brano evangelico di oggi ci presenta la Santa Famiglia in un momento particolarmente travagliato della sua storia, quando deve prima fuggire in Egitto e poi viene richiamata dal Signore nella terra d’Israele. Dal modo in cui la Santa Famiglia ha vissuto questo momento certamente non facile, noi cercheremo di cogliere alcuni messaggi per le nostre famiglie di oggi. Poi però andremo oltre quella che sembra una semplice cronaca di un evento doloroso in cui è stata coinvolta la Famiglia di Nazareth, non siamo di fronte ad un reportage giornalistico e meno ancora ad una favola. Nel raccontare questa fuga in Egitto, i Vangeli Apocrifi si sono sbizzarriti molto, hanno lasciato libero sfogo alla fantasia, in ogni momento raccontano che sono accaduti miracoli, poi leoni, leopardi che scortano la Santa Famiglia, le palme che si piegano per offrire i datteri a Maria, Gesù che accelera il viaggio perché teme che i suoi genitori soffrano troppo il caldo e poi guarigioni spettacolari, gli angeli che accompagnano e confortano Giuseppe e Maria dalle fatiche del viaggio.

Se non si identifica il genere letterario che viene impiegato dell’evangelista Matteo si rischia di perdere il messaggio più importante, quello che più di ogni altro preme all’evangelista. I biblisti dicono che siamo di fronte non a una cronaca, ma a una “hagadah midrashica” … che cosa significa? I rabbini del tempo di Gesù erano soliti comunicare i loro insegnamenti, non tanto con ragionamenti astratti o con disquisizioni teologiche, con formule dogmatiche come hanno fatto in seguito i nostri catechismi, ma attraverso racconti. Era attraverso i racconti che loro comunicavano il loro insegnamento. La pagina di oggi è uno di questi racconti rabbinici che fanno riferimento a episodi dell’Antico Testamento e li attualizzano. Quello di oggi è un racconto composto dell’evangelista Matteo che ha preso spunto da ciò che è accaduto al popolo d’Israele in Egitto; il suo obiettivo non è raccontarci un episodio della vita di Gesù, ma farci capire chi è Gesù e qual è la missione alla quale è stato chiamato, ce lo dice attraverso il racconto che adesso abbiamo ascoltato.

Un angelo del Signore parla a Giuseppe e gli indica ciò che deve fare. Chi è questo angelo del Signore? È una figura che ricorre spesso nella Bibbia e non indica un personaggio che scende dal cielo come noi siamo soliti immaginare. Angelo del Signore è una formula stereotipa per indicare il Signore stesso che si rivela, che interviene in favore degli uomini… è Dio che rivela a Giuseppe i suoi disegni, la sua volontà e la Bibbia impiega questa formula “Angelo del Signore”.

E poi il sogno, è un’altra immagine biblica per presentare la rivelazione della volontà del Signore. La Bibbia è piena di rivelazioni fatte attraverso sogni ai personaggi dell’Antico Testamento, ricordiamo Abramo, si dice, che ha accolto la volontà di Dio in sogno, così Giacobbe, Giuseppe – quello che poi è andato in Egitto e è diventato il vice del faraone – soprattutto ricordiamo il sogno di Salomone a Gabaon … è solo per dire che Dio ha comunicato la sua volontà, i suoi progetti a una persona che era ben sveglia.

Anche nel Nuovo Testamento compare questa immagine e sempre nel Vangelo secondo Matteo; per 6 volte questo evangelista ci parla di sogni e solo uno non è metaforico, quello della moglie di Pilato che manda a dire a suo marito: “guarda che questa notte io ho avuto degli incubi riguardo a Gesù di Nazareth, quindi non metterti nei pasticci, non immischiati nella faccenda di questo uomo”. I pagani credevano ancora alla rivelazione attraverso i sogni, ma in Israele questa pratica era obsoleta, anzi, condannata, l’unico modo per cogliere la volontà del Signore era quello di ricorrere al profeta. Nel nostro brano quindi, l’immagine del sogno è introdotta per mettere in risalto la disposizione interiore di Giuseppe che è sempre pronto a chiedere al Signore di rivelargli ciò che deve fare.

Giuseppe è caratterizzato da Matteo come colui che si muove sempre in piena sintonia, non con i propri sogni ma, con i sogni di Dio; l’immagine infatti, è già stata impiegata dall’evangelista, lo ricordiamo, quando Giuseppe sta riflettendo e cerca quale può essere la volontà del Signore riguardo a Maria che è rimasta incinta per opera di Spirito Santo e si chiede: “cosa sono chiamato a fare con Maria e con il bambino che porta in grembo?” Il Signore, in sogno, gli rivela la sua volontà! Noi potremmo tradurlo in un linguaggio molto più chiaro, durante la preghiera, Giuseppe si lascia illuminare dalla volontà del Signore! Un modo con cui il Signore parla anche oggi a ognuno di noi, quando apriamo il nostro cuore e siamo disponibili ad accogliere la sua luce, cerchiamo di spegnere tutte le altre luci, tutti gli altri suggerimenti per seguire ciò che lui ci indica. Qui abbiamo un primo messaggio per tutti noi e in modo particolare per le famiglie. Questa disposizione interiore di Giuseppe, è quella che è richiesta a tutti noi quando vogliamo costruire una vita, non secondo i nostri progetti ma, secondo ciò che vuole Dio. È così che il credente vive tutti i momenti della propria vita, quelli lieti e anche quelli dolorosi, tutti gli eventi che capitano anche gli imprevisti, cercando sempre la luce del Signore per sintonizzarsi sulla sua volontà.

Il secondo messaggio, stavolta è proprio direttamente per le nostre famiglie e lo cogliamo da un’espressione che è sulla bocca del Signore, dell’Angelo del Signore, “prendi con te il bambino e sua madre e vai in Egitto” e viene ripetuta la stessa espressione per riferire l’esecuzione del comando “e Giuseppe prese il bambino e sua madre e partì”. Giuseppe non proferisce una parola, ascolta la voce del Signore e subito mette in atto ciò che gli è stato chiesto di fare. Il suo comportamento è chiaramente modellato su quello che ha fatto suo padre Abramo, al quale il Signore aveva detto “vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre e vai verso la terra che io ti indicherò”. Abramo non dice una parola, il testo sacro dice che Abramo partì esattamente come fa Giuseppe, non dice una parola, esegueimmediatamente ciò che la luce del Signore gli ha indicato. È la stessa disponibilità, la stessa fede che Dio ha trovato sia in Abramo che in Giuseppe!

Che immagine di famiglia ci siamo fatti ascoltando questo racconto? Credo che tutti siamo rimasti incantati dal clima di perfetta armonia che regna fra Maria e Giuseppe, si muovono insieme, in pieno accordo, sulle scelte da fare. Non riusciamo proprio a immaginare che sia sfuggita loro una imprecazione contro il destino avverso o contro i responsabili delle loro disavventure. Qual è il segreto di questa serenità e di questa unione familiare, quella che in fondo, tutti noi desidereremmo regnasse nelle nostre famiglie? Il segreto è questo: Giuseppe e Maria sono uniti e sereni in mezzo a delle difficoltà, perché hanno un punto di riferimento che è lo stesso per tutti e due. Le loro scelte sono i sogni di Dio, quelli che loro vogliono cogliere e seguire, è la voce del Signore che loro in ogni momento ascoltano e da questa voce si lasciano guidare. Hanno dovuto affrontare e confrontarsi con avversità e forse avrebbero potuto disgregare la famiglia, come accade tante volte nelle nostre famiglie quando ci sono dei problemi difficili, a volte, invece di unire, disgregano la famiglia; questo non accade con Maria e Giuseppe perché avendo affrontato insieme le disavventure alla luce di Dio, invece di dividerli ne sono usciti con una unità fra di loro consolidata e rafforzata.

C’è anche un messaggio per ogni papà. Nella stupenda figura di Giuseppe, in tutto ciò che il Vangelo ci racconta di lui, non si trova nulla che egli abbia fatto pensando a sé stesso, ogni sua azione che ci viene riferita è sempre in favore degli altri. Giuseppe si muove, agisce per la vita, per il bene, per la salvezza degli altri, è un uomo che è totalmente dimentico di sé, della ricerca del proprio interesse, sempre e sono attento agli altri… e non dice una parola, è uno che è sempre a servizio di chi ha bisogno del suo aiuto, della sua presenza.

Veniamo adesso al messaggio più importante, quello per il quale l’evangelista ha composto questo racconto. I 2 quadretti del brano evangelico di oggi, fuga in Egitto e ritorno nella terra d’Israele, si concludono tutti e due con una citazione biblica. Il significato più profondo dei due racconti va proprio colto nella realizzazione di queste due profezie. La prima: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. È una citazione che è presa dal profeta Osea. Verso la fine del suo libro, lui ha introdotto una scena dolcissima, racconta le premure di Dio per il suo popolo e dice che “il Signore è stato un Padre per Israele, lo ha colmato di tenerezze – e le descrive anche – a Israele che era il suo figlio primogenito, lui ha insegnato a camminare tenendolo per mano con dolcezza”, come fa un papà con il bambino di 3 anni, così Dio ha accompagnato il suo popolo durante la sua storia anche molto travagliata.

Poi “Dio ha sollevato questo figlio alla guancia per accarezzarlo con amore, si è chinato su di lui per dargli da mangiare e quando lo ha visto ridotto in schiavitù, lo ha fatto fuggire dall’Egitto e lo ha condotto nella terra della libertà”. Questa è la storia che viene raccontata dal profeta Osea, “dall’Egitto ho chiamato mio figlio per portarlo nella terra della libertà”. Ma giunto in questa terra promessa, questo figlio primogenito Israele, era veramente libero? Nel brano evangelico di oggi Matteo ci dice “no, non era quella la terra della libertà”, infatti la Santa Famiglia è costretta a fuggire, stavolta non fugge dall’Egitto, fugge da Israele, lì regna Erode, un tiranno che non è diverso dal Faraone d’Egitto, che ha schiavizzato gli israeliti, segue gli stessi principi, coltiva gli stessi ideali di grandezza e di potere del faraone, è completamente simile a faraone.

Non è quindi una terra materiale quella della libertà, perché la terra di schiavitù c’era in Egitto, c’è in Israele, ci può essere in qualunque parte del mondo e quindi bisogna fare un nuovo esodo da queste terre di schiavitù. Sono tutti uguali i regni di questo mondo quando sono costruiti in base ai criteri di giustizia degli uomini, questi regni diventano oppressori, assoggettano tutti alla volontà e alle brame del tiranno di turno. Ecco la ragione per cui l’evangelista richiama questa profezia e la applica a Gesù; vuole far comprendere ai suoi lettori, fin dalle prime pagine del suo libro, che Gesù è venuto per guidare l’umanità in un nuovo esodo, non da una terra materiale ma da condizione di schiavitù, per essere realmente uomini liberi.

L’Egitto è un’immagine della condizione dell’umanità asservita ai Faraoni, agli Erode, che non esitano anche a uccidere pur di mantenere il proprio dominio. Se ci guardiamo attorno, nel nostro mondo, noi ci rendiamo subito conto di qual è la condizione dei poveri, dei deboli, delle persone indifese e anche dei bambini, in che stato riducono queste persone fragili, i poteri di questo mondo, le leggi della finanza e del mercato, le lobby dei costruttori di armi. Quel bambino, ci dice Matteo, è venuto per tirarci fuori da questo mondo che è ingiusto e crudele anche, ma terra di schiavitù non è solo quella delle strutture sociali, culturali, politiche, economiche, è anche quella dei nostri idoli che ci schiavizzano, quegli idoli ai quali noi consegniamo le scelte della nostra vita. Noi siamo schiavi, non solo di strutture, siamo schiavi dentro, schiavi delle nostre passioni che ci portano a idolatrare il denaro, il piacere, il successo ad ogni costo; se il nostro Dio è il denaro, allora è lui che ci dà gli ordini su ciò che dobbiamo fare, lui ci dirà anche di sfruttare, di imbrogliare e se necessario, di ricorrere anche alla violenza.

Chi ascolta i consigli di questo idolo finirà poi per trovarsi nei regni dei Faraoni e degli Erode, dai quali, per vivere da uomini, bisogna scappare. Se il nostro idolo è la carriera professionale, ci dà degli ordini e bisogna essere disposti anche a venire a compromessi con la coscienza, a mentire se necessario, a inchinarsi in cortigianerie, ipocrisie, menzogne; gli idoli collocano sempre nel regno di schiavitù. È in questo Egitto, ci dice Matteo, che il figlio di Dio è venuto, è entrato, si è immerso nella nostra condizione di schiavitù… tutte queste schiavitù per salvarci, per tirarci fuori, per essere realmente uomini liberi. Non è quindi il reportage di un viaggio materiale quello che Matteo ha redatto ma, servendosi della citazione biblica, ha offerto ai suoi lettori una prima chiave interpretativa del suo Vangelo, ha presentato Gesù come il nuovo Mosè che vuole portarci nella vera terra della libertà che è il regno di Dio, il popolo di chi accoglie le sue Beatitudini e costruisce con lui un mondo nuovo, finalmente umano.

L’evangelista Matteo conclude il suo racconto citando una seconda profezia: “Sarà chiamato Nazareno”. Se noi sfogliamo tutto L’Antico Testamento non troviamo questa profezia, quindi a differenza della precedente, questa non risulta chiara e ha ricevuto tante interpretazioni, quale può essere il significato? Il nome Nazareth forse è collegato al termine ebraico “nétser” che significa “ramo” oppure “germoglio”. Chi visita Nazareth, contempla dall’alto i monti che circondano il piccolo rialzo di terra sul quale sorge oggi la basilica dell’Annunciazione, ha nitida l’impressione di trovarsi di fronte a un fiore sbocciato, i monti disposti attorno a mo’ di anfiteatro, paiono petali con al centro il pistillo, il villaggio abitato al tempo di Gesù; e forse è proprio questa conformazione che ha dato il nome di Nazareth a quel luogo, da “nétser”, fiorito, villaggio sbocciato. Quando Gesù tornato dall’Egitto – ci dice l’evangelista Matteo – è arrivato a Nazareth, è stato chiamato Nazareno da “nétser”, “germoglio” e subito allora il richiamo è subito alla profezia di Isaia il quale aveva detto: “Dal tronco bruciacchiato, ormai quasi morto, della dinastia di Davide, un giorno un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici”. È l’invito che ci fa Matteo, alludendo probabilmente a questa profezia, a vedere germogliare questo fiore che dà inizio al vero regno che non avrà mai fine… dal germoglio della famiglia di Davide.

Voglio concludere però con un’ultima riflessione su Giuseppe. Io ho impiegato per Giuseppe il termine padre, non ho aggiunto putativo, su questa terra il vero padre di Gesù è lui perché insieme con Maria, è stato lui a far diventare uomo Gesù, è stato lui che l’ha fatto crescere comunicandogli i valori che caratterizzano il vero uomo. Non identifichiamo la paternità con la trasmissione della vita biologica, padre è chi fa diventare uomo un bambino anche se non gli ha dato la vita biologica, chi gli comunica l’umano, i valori in cui lui ha creduto, quando il figlio cresce uomo con quell’umanesimo che lui gli ha comunicato, costui è il vero padre. È lui quindi che ha inculcato in Gesù, quei valori che lo caratterizzano, la capacità di amare, l’attenzione agli altri, il dimenticare se stessi per gli altri, l’onestà, la rettitudine, l’attenzione al povero… è questo che caratterizza il vero uomo.

Poi Gesù, lo ricordiamo, era allergico tutte le ipocrisie, dove ha imparato tutte queste cose? Chi gli ha fatto assimilare questi valori se non il padre? Gesù è cresciuto ed è stato educato all’attenzione agli ultimi, ad essere amico di chi ha sbagliato nella vita, ad amare e stimare gli stranieri, i Samaritani… chi gli ha inculcato questi valori? Giuseppe non ha sentito Gesù predicare, ma nelle parole di Gesù, nel messaggio di amore che lui ha annunciato, noi possiamo leggere in filigrana, i valori che egli ha appreso osservando la vita dei suoi genitori, del padre e della madre che il Padre del cielo gli ha messo al fianco perché crescesse con i valori che dovevano rispecchiare il volto del Padre Celeste.

Se il Padre ha voluto mostrare in Gesù di Nazareth il proprio volto, ha disposto che fosse questa coppia di sposi a educare il suo unigenito, perché potesse assomigliare pienamente a lui e guardando come hanno fatto crescere questo uomo, Gesù di Nazareth, possiamo dire che il Padre del cielo ha scelto le persone giuste.

 

 
 
 

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